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COMUNE DI PARENTI

 

 

 

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Parenti è un piccolo centro agricolo dell’alta Valle del Savuto. Sorge immerso in una lussureggiante vegetazioni di castagni e di querce,ai piedi del monte Brutto e alla sinistra del fiume Savuto. Il territorio ha una estensione di 37,62Kmq ed è posto ad un altitudine di 850 metri sul livello del mare. Confina con i comuni di Aprigliano,Bianchi,Colosimi,Marzi e Rogliano  nella provincia di Cosenza e Taverna nell’alta Valle del Savuto nella provincia di Catanzaro.

Le origini di Parenti,risalgono alla fine del XVll  secolo,ai primi del ‘700’ anni in cui lo ritroviamo come stabile appartenente alla bagliva dei Casali del manco di Cosenza sotto la giurisdizione di Giuseppe Sambiase. Lo stabile  di Parenti,costituito in gran parte da terreni alberati e solo n minima parte da seminativi,dove sorgevano le case coloniche,mulini e chiese,era di proprietà di Luigi Ricciulli del Fosso,come bene burgensatico,vale a dire un bene su cui egli esercitava la libera e piena proprietà fondiaria che non era soggetta ad alcun onere pubblico  o privato. Questi il 27 febbraio 1709,fece richiesta al re di Spagna,affinché la sua proprietà fondiaria privata fosse tramutata da bene burgensatico n feudo con tutti i privilegi annessi ai feudatari.

Il barone Luigi morì il 28 settembre 1772 e fu tumulato a Parenti; a lui seguì nel baronaggio il figlio Gaetano,che ebbe come tutore,essendo in minore età,lo zio Antonio. Il barone fu l’ultimo dei feudatari di Parenti n quanto nel 1811 Parenti fu dichiarato Comune della Provincia di Cosenza,Circondario di Rogliano. Tutto l’abitato di Parenti ed anche i territori limitrofi furono turbati dai furori briganteschi già a partire dall’anno 1806.

Il capobanda Giuseppe Morelli dopo avere commesso molte nefandezze per incendi e uccisioni di greggi e armenti,si rifugiò sui monti circostanti l’abitato di Parenti. Con Regio Decreto del 15 gennaio 1928,reso esecutivo il 1°marzo dello stesso anno,Parenti divenne frazione di Rogliano e come tale l’allora Podestà di Rogliano,Carlo Iorio,il 19 marzo del 1929 stante la lontananza e le difficoltà dei mezzi di comunicazione,istituì nella frazione di Parenti un ufficio distaccato di stato civile. Qualche anno dopo,esattamente il 29 gennaio 1934,Parenti ridivenne Comune autonomo cone decreto prefettizione N°735. Vi sono varie tradizioni popolari che tentano di giustificare il toponimo Parenti,dato a questo paese della fascia presilana.

Una e così tramandata: l'attuale paese,proprio per la sua posizione geografica di difficile accesso,era diventato un covo per briganti e malfattori di ogni sorta. I familiari provvedevano di tanto in tanto,a portare loro delle cibarie,e quando lungi i sentieri di montagna erano fermati da qualche pattuglia di gendarmi,alla domanda : 'Dove siete diretti' ? essi rispondevano: ' A trovare li Parienti'.  Questa è solo una diceria priva di ogni fondamento storico e di riscontri,tranne nel fatto che Parenti fu effettivamente rifugio di briganti,la presenza dei quali però,nei luoghi di Parenti,si fa risalire alla seconda metà del '700,perciò non può essere storicamente valida per giustificare il nome del paese.

Un'altra tradizione narra che in questo territorio si fossero trasferiti da varie zone limitrofe,al servizio di  Luigi Ricciulli,interi nuclei familiari,alcuni dei quali in stretta parentela tra di loro. Da ciò il villaggio avrebbe assunto il nome di Parenti. Per chi la sostiene,questa tesi è avvalorata dal fatto che anche oggi nel paese sono molte le famiglie legate da vincoli di parentela,e per il fatto che,in tempi non molto lontani,i matrimoni fra consanguinei erano molto frequenti,quasi usuali.

Questa seconda ipotesi sembrerebbe confermata dalla definizione che si legge su ogni libro degli atti parrocchiali della Chiesa Madre del Comune dal 1752 al 1922 (libro degli atti di nascita,dei matrimoni,dei defunti e delle Cresime),'' Sanctae Mariae de Monte Carmelo terrae Parentorum''. Proprio quel termine Parentorum sembra affermare la veridicità della seconda ipotesi  citata,visto che trova la sua origine da pareo che significa sottomesso,ubbidiente,docile schiavo.

Se analizziamo le fonti storiche,riguardanti la nascita  ufficiale del feudo di Parenti,è facile dedurre che il Barone ,ricco proprietario terriero chiamasse parentes,nel senso di ubbidienti,sottomessi,quella povera gente che coltivava e custodiva i terreni della sua masseria. Perciò la spiegazione potrebbe essere molto più semplice. Che tutti gli abitanti  fossero dediti all'agricoltura che rappresentava la base di tutto il tessuto economico-sociale da cui dipendeva la sopravvivenza dei cittadini,trova riscontro anche  nello stemma araldico del comune  che ancora oggi è rimasto lo stesso di allora.

Su di esso sono raffigurati su uno sfondo azzurro,nella parte superiore una quercia,nella parte centrale una fascia a forma di cuneo,rappresentante una montagna,e nella parte inferiore una mucca con la coda appuntita e attorcigliata al piede destro.Pertanto per concludere sull'origine del nome Parenti,siamo più propensi a credere all'ipotesi che esso sia la traduzione del termine parentes con il significato di sudditi.

                                                                                              MALVINA  GAROFANO

 

 

 

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BRIGANTAGGIO A PARENTI

Uno studio approfondito sul brigantaggio mette in luce il fatto che il fenomeno,nato come rivolta sociale verso la fine del 700', ben presto degenerò in volgare delinquenza ed i briganti in nome di fantasiose rivolte socio-politiche giustificarono i loro misfatti,le loro crudeltà,le loro barbarie,i loro capricci ed arbitrii. E 'doveroso ricordare che spesso,come negli episodi che andiamo per raccontare,i briganti agivano in Parenti per tentare di derubare i ricchi proprietari terrieri o per motivi di odio nei confronti di qualche signorotto del luogo. Vicino al centro abitato di Parenti si trova una località agreste di nome Poverella,in questa località viveva una comunità di contadini  e d pastori.

Un giorno furono assaliti da una banda di briganti intenzionati a rubare loro tutto il bestiame che possedevano. Nello scontro a fuoco i pastori ebbero la meglio ed i briganti furono costretti a riparare in fuga. Ma alcuni giorni dopo,nottetempo,fecero irruzione nella comunità e sgozzarono tutti gli uomini,che colti di sorpresa nel sonno,non ebbero il tempo di opporre la pur minima resistenza. Il disgustoso dell'episodio fu che essi obbligarono le mogli dei pastori a tenere sotto la gola dei mariti delle ciotole di legno che venivano usate come tazze per bere il latte fresco appena munto,in cui si raccolse il sangue dei trucidati. Dopo l'eccidio usarono violenza alle donne e imbrattarono di sangue le mura di quelle squallide case coloniche come perenne ricordo del loro barbarico gesto,che ricordasse,con terrore ed orrore,a tutti  la loro ferocia ed imponesse ad ognuno una completa sottomissione ai loro voleri. Ancora oggi il fatto viene raccontato dalla popolazione del luogo con raccapriccio e con una punta di velato timore. Questa è una tradizione che,ci si potrebbe dire,non ha alcun valore storico e non dimostra assolutamente che il brigantaggio,in quel periodo, fosse esplosione di violenza e non guerra sociale.

E' vero ed è per questo che trascriviamo un documento storico riguardante il Parafante. Parafante <  nello stesso anno  (1791) del mese di ottobre assaltò colla  sua compagnia la comune dei Parenti,e propriamente alla casa di Filippo Cardamone,acciò ci potesse cadere acconcio di uccidere Giuseppe Cardamone figlio di Filippo,perchè costui era capitano civico,e cercava la sua distruzione,pur nondimeno si fece resistenza all'interno del paese,pose però Parafante fuoco al palazzo di Cardamone,ed in quello conflitto restò ferito il signor Pietro Cardamone zio del capitano nell'occhio sinistro,di cui oggi ne è privo. Essendo la sua compagnia numerosa ebbe l'intento di entrare nel paese,per cui entrati dentro,fecero un saccheggio lo più minuto che mai. Parafante domandò poi una somma di ducati settecento,a cui non si volle aderire. E da ciò ne derivò dichiarata inimicizia tra questa famiglia di Cardamone,con detto Parafante;con lui vi era unito il nominato Niurello,e sempre facevano dei furti in ogni ceto di persona che incontravano. Parafante  poi si portò nella Sila nel mese di settembre corrente anno nel luogo detto Varco di Piazza nella mandria di Antonio Cardamone ,e Filippo Cardamone  soci,ambedue della comune di Parenti,ed avendo ivi ucciso dodici vitelli,undici bagagli,nove vacche,e si prese epr comodo dei briganti suoi compagni giumenti numero quattordici,e pose fuoco a tutti gli utensili di rame,e di legno,solamente lasciò il tugurio per comodo dei foresi. Dopo di aver fatto questo delitto passò all'ovile dei  stessi soci,ed uccise a colpi di coltelli quattrocento pecore che erano ivi racchiuse.   Parafante fece questi barbari danni,perchè l'anno passato cerò a detto Cardamone una somma di denaro,che sommava a ducati 700, e detta somma li furono denegati. La civica di Carpanzano era nel mese di agosto alla Sila nel posto di Ppetraravo,comandata dal capitano civico Gregorio Cristino. Parafante assaltò il detto posto nottetempo,ma fu respinto,e fugato dalla stessa civica.Egli vedendosi così respinto,si portò nella mandria  di Filippo Cardamone della comune di Parenti e li uccise undici bagagli,ottanta pecore,e undici vitelli.

Parafante nello stesso mese di giugno prese a Rosario Fuoco di Parenti, e con varie minacce di toglierli la vita gli estorse ducati mille,ed a Nicola Greco gli tagliò la lingua nella Sila,nella stessa epoca,per causa che esso avea detto alla civica di Colosimi,di esserci in quei luoghi,un compagno suo ferito. Nel fondo detto Carito,sito nella comune di Parenti di pertinenza della famiglia di Morelli e di Sicilia di Rogliano,tagliò un grandissimo querceto per motivo che il padrone non aveva voluto mandargli alcune cose di oro che li avea domandato.  Parafante continuando  l'inimicizia colla famiglia Cardamone si prese per ultimo quattro cavalli,cioè uno era di Filippo Cardamone,un altro di Antonio Cardamone,un altro di Costantino Cardamone,ed un altro di Filippo Cardamone.

Il 14 marzo dello stesso anno la civica di Carpanzano, e la scelta sotto il comando del capitano Lacoste del Cetraro,attaccarono a questo assassino nella Sila nel luogo detto Rupe in territorio dei' Parenti,li uccisero due compagni,e ne ferirono degli altri. Parafante si salvò la vita per una folta nebbia,che sopravvenne in tempo dell'attacco,e fu costretto a buttare le armi,e fuggire a piedi nudi,e senza cappello. Nel mese di ottobre dell'anno precedente,fece un biglietto al signor Vincenzino Morelli,domandandogli duemila ducati,questi  ricusò,ed avendo avuto lanegativa,Parafante con tutti i suoi compagni li tagliò tutti gli alberi fruttiferi,del fondo chiamato Carito >.

E' chiaro a questo punto,che i briganti di questo periodo altro non erano che comuni delinquenti,che agivano solo per personale tornaconto. Parenti si trovò al centro di questa  delinquenza sia per la sua posizione geografica,sia per il diritto di immunità, chei Baroni Ricciulli seguitavano a mantenere nel feudo. Ed anche  quando il brigantaggio,sotto la dominazione francese,iniziò veramente ad essere  <guerra sociale >,a Parenti seguitò ad essere  crudeltà.

                                                                                                 ( da Parenti Scienza e Tradizioni di Carmine Aurilio )

dal libro Vecchia Calabria di Norman Douglas

L’ultimo vero bandito della Sila fu Gaetano Ricca. Verso la fine del secolo scorso,a seguito di un banale malinteso con le autorità, quest’uomo fu costretto a darsi alla macchia per circa tre anni.Fu posta una taglia sulla sua testa,ma la popolazione era troppo intimidita dalla sua audacia e dalla sua profonda conoscenza della zona per osare denunciarlo. Personalmente,preferirei non credere al numero di carabinieri che,secondo quanto si dice,egli avrebbe ucciso in quel periodo;senza dubbio,la verità venne a galla nel corso del processo. Una volta si trovò circondato e,dopo che l’ufficiale degli inseguitori,che si era riparato dietro un albero,gli ebbe ordinato di arrendersi,Ricca attese pazientemente che comparisse la punta del piede del suo nemico;poi lo colpì alla caviglia con la sua ultima pallottola e riuscì a fuggire: In seguito fu costretto ad arrendersi e venne imprigionato per circa vent’anni. Scontata la condanna,ritornò in Sila dove,fino a poco tempo fa,godeva ancora di una robusta vecchiaia nella sua casa di PARENTI:PARENTI,già famosa negli annali del brigantaggio per l’impresa del perfido Francatrippa (Giacomo Pisano ) il quale,fingendo di offrire ospitalità a una compagnia francese,l’attirò nelle sue grinfie e uccise i tre ufficiali e tutti gli uomini,eccetto sette. Le memorie di questi uomini potrebbero certo essere interessanti quanto quelle del sardo Giovanni Tolù,già pubblicate.Se avessi saputo dell’esistenza di Ricca,non avrei mancato di andare a salutarlo quando,alcuni anni fa,mi capitò di passare da PARENTI,andando da Rogliano a S.Giovanni In Fiore ( una lunga marcia di dodici ore !).Ora è morto.Ma il caso di Ricca è sporadico e potrebbe essere capitato dovunque e in qualunque epoca.E’ come quello di Musolino:il catodi un fuorilegge isolato che sfrutta la confusa configurazione geografica del paese per scopi offensivi e difensivi.Invece il brigantaggio calabro,nel complesso,ha sempre avuto carattere politico.

 

 

UOMINI ILLUSTRI

 

 

 

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CAPITANO FILIPPO VALDIMIRO

MEDAGLIA  D’ARGENTO

 

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NATO A PARENTI IL 3 DICEMBRE 1885

MORTO AD AVIO IL 23 SETTEMBRE 1916

Il Capitano Filippo Valdimiro dimostrò come l’uomo possa fare da sé, e da sé conquistare la propria fortuna e la gloria. Poiché il Valdimiro rimase orfano in tenerissima età, prima dell’uno poi dell’altro genitore, sentendo fino da allora la mancanza dei più validi, dei più sicuri appoggi concessi dalla natura al fanciullo in formazione.

Non gli mancò la tutela di uno zio, che ne sorresse per un po’ di tempo la fanciullezza;ma ben presto anche questa guida gli venne meno,ben presto egli dovette da solo dirigere la propria vita. E lo fece, ispirandosi sempre a un principio esclusivo di dovere. Crescere, fare, bastare a sé, operare il bene della patria.Il programma più bello dell’esistenza umana. Ed entrò alla scuola di Modena. E nelle camerate, e nella scuola fu già il primo giorno esempio agli altri,e poi a sé stesso per non smentirsi mai. Per tutto il tempo che vi rimase seppe conservare sempre il primo posto,guadagnandosi l’ammirazione dei superiori,l’amore dei compagni. Fu nominato Sottotenente il 4 settembre 1908.Naturalmente,la consapevolezza del proprio valore e della propria responsabilità gli diede anche la sensazione della sicurezza, e quindi lo sprezzo non temerario,ma coraggioso del pericolo. E, per quanto fosse ufficiale di cavalleria,non seppe star pago delle rapide corse,dei cimenti terrestri;ma,appena l’aviazione domandò piloti,egli sentì il bisogno di montare sull’aeroplano,e d batter le vie del cielo.  Oh ! uno spirito solitario,solitario perché sempre presente con sé stesso,anche in mezzo alla folla e alla spensieratezza,ha per luogo suo proprio il cielo..Lo spazio infinito è fatto apposta per anime così fatte,che librate nell’alto,sentono più viva la gioia di dipendere soltanto dalla propria forza fisica,dalla propria prontezza intellettuale;occhio e polso,vigilanza e risolutezza,ecco i suoi mezzi;mezzi che risiedono nell’intimo del cervello,e nell’intimo del cuore individuale.

Per questo il Valdimiro, Tenente dal 4 settembre 1908,Pilota fin dal 21 agosto 1912,e assegnato prima al Campo di Busto Arsizio,poi a Tripoli,quindi a Pordenone e alla Malpensa,prendeva parte con gioia contenuta a numerosi voli,addestrandosi così per la guerra.

Il 28 maggio 1916 egli era già nel cielo delle Alpi,per operare contro il nemico austriaco. E fece molteplici voli di esplorazione,compiendo i più numerosi e più importanti  sul fronte Tridentino,ma partecipando anche ad altri voli su altri punti del territorio nemico:per esempio su Fiume. E i suoi voli furono sempre fruttuosi. Egli sapeva quel che il dovere gli imponeva di riportare dalle sue incursioni.

L’ultimo suo volo ebbe luogo la mattina del 17 settembre 1916. Era partito per un bombardamento di una importante località militare nemica,nel Trentino petroso. Non andava solo;il suo apparecchio partiva con altri.Ma il destino volle che egli rimanesse ,con il proprio velivolo,separato dagli altri per una contingenza particolare di manovra,giungendo isolatamente sull’obiettivo  designatogli. Erano in tre:Lui,il secondo pilota sergente Igino Bevilacqua,e il mitragliere Emilio Blesso,soldato,e tutti compirono animati da un medesimo spirito,il loro dovere.Ma mentre attendevano a lanciare bombe,i nemici li assalirono,con tre apparecchi.Tre contro uno:bella ed eroica prova !

Ma i motori  del velivolo cessarono presto di funzionare; e il Capitano Valdimiro(era Capitano  fin dal 26 giugno) che aveva lasciato il posto al secondo pilota per attendere al lancio delle bombe,sentì che quello era il momento di riprendere le leve di comando. L’apparecchio era anch’esso degno di lui:non  aveva ormai anch’esso che le ali.Solo in virtù delle ali doveva salvarlo.Bisognava scendere a volo librato verso le nostre linee. E il Capitano gli fece iniziare la discesa,mentre i suoi compagni tenevano testa con le armi ai nemici.

Se non che,anche la sua possibilità fisica doveva essere spezzata.Una bordata avversaria colpì in pieno l’apparecchio.Tolta prima la forza al motore,voleva togliere la forza al pilota. Il Capitano Valdimiro ebbe il ventre passato da parte a parte da un proiettile. Ma se il sangue fuggiva,ma se la resistenza delle membra si illanguidiva,l’eroe chiamava a sé tutta la forza dell’anima,quelle ch’era su,di riserva,quella che aveva dominato dall’alto tutta la sua vita. Comprimendo il dolore,incitando sé stesso,egli rimase imperterrito al governo dell’apparecchio confidatogli,senza nemmeno comunicare ai compagni di essere stato ferito.

Qui sta l’eroismo. Non c’è bisogno di cercare altra grandezza in lui. Che importa se a un certo momento a poca distanza dalle nostre linee cedette le leve di comando al secondo pilota ! Era tempo,in ogni caso,e bisognava lo facesse;dipendevano da lui altri due uomini bisognava salvare essi e l’apparecchio alla patria che ha bisogno d’aiuto,essa sì,non lui. Quando atterrati che furono,lo adagiarono dietro un  muretto per ripararlo dal tiro avversario che continuava feroce,esso disse: < lasciatemi solo,mettetevi in salvo voi,che siete incolumi >. ( non  doveva saper morire da solo,lui che era stato solo tutta la vita,nel mondo !) Lo portarono all’ospedale di Avio,dove spirò,a 31  anni,essendo nato a Parenti(cs) il 1885. E la sua memoria fu onorata di medaglia d’argento,comprendendosi nella motivazione di tal premio come degne di sì alta distinzione anche le azioni precedentemente compiute.Ma sicuramente nel pensiero di tutti,come suprema fu considerata ed è da considerarsi quella per cui egli si incielò là, sopra Matterello,nel Trentino.

                                                                                                        MARIO CHINI

 

CAVALIERE DEL CIELO

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Nell’immaginario collettivo occidentale l’archetipo del cavaliere ha sembianze inconfondibili: in sella al suo destriero, armato di tutto punto, muove armi di difesa, di morte e di forza morale:giustizia,bontà,coraggio,tenacia,paladino dell’equità,vendicatore d’ogni sopruso combatte mostri e uomini malvagi.

D’altronde il mito del cavaliere medioevale e del suo stesso destriero si legava a quello greco e romano. Dal più noto Petaso cavallo alato del mito greco,a Giove,che in un canto dell’Iliade,raggiunge l’Olimpo su un carro trainato nel cielo da veloci destrieri dall’unghia di bronzo e crini dorati.

Eos , personificazione dell’aurora,trainato da una quadriglia apre le porte del cielo ad Elio,il sole,che ogni mattino preceduto dall’aurora percorre il cielo su un carro di fuoco  trainato da veloci cavalli. Quella del cavallo e del cavaliere è ancor oggi una visione fantastica,alimentata dai racconti cavallereschi e dal revival romantico che di questi se ne fece nell’Ottocento; e se nel Medioevo l’aura mitica del cavaliere si fonde con la narrazione storica,in età moderna,poco spazio lascia l’immaginazione a chi voglia storicamente dipanare il mito della realtà storica. Chi ha frequentazioni con la cavalleria ne identifica importanti tappe storiche nell’epopea risorgimentale,nei fasti del primo conflitti mondiale allorché si presentò la forza dei suoi trenta reggimenti,nonché nella sua eroica,nostalgica e tenace presenza a cavallo durante tutto il secondo conflitto mondiale,nonostante l’avvento delle nuove tecnologie belliche.

Le gloriose  cariche di jagodnij, Jsbuschenskij, Poloij, segnarono,di fatto,la fine di una secolare tradizione militare a seguito dell’imposizione tecnologica della nuova era. Dal ‘cavallo al cavallo motore ’. A quella ‘ dell’uomo-motore’. Le moderne tecnologie sostituirono la forza della natura con l’ingegno dell’uomo che volle,tra molte conquiste tecniche d’inizio secolo,coronare,per quello che riguardò la cavalleria,anche il sogno di cavalcare le nubi,simbolicamente e analogicamente con il mito del cavallo volante,delle quadrighe  sfreccianti nel cielo.Già dalla fine del secolo prendono il volo i primi aerostati,nel 1894 si ebbe la prima ascensione libera di un pallone militare di costruzione italiana. Mezzi questi,ancora troppo limitati per applicazioni di tipo militare la loro traslazione orizzontale era causale,legata solo alla forza dei venti e non certo al controllo dell’uomo. Tra il 1909 e il 1910 la tecnologia fa un piccolo passo avanti,nascono i primi dirigibili militari italiani sotto l’egida dell’Arma del Genio. Il progresso incalza,dagli Stati Uniti e dalla Francia deriva la tecnologia dei primi velivoli a motore. Anche la nostra industria aeronautica dà i primi frutti:nel 1909 fu realizzato il triplano Aristide Faccioli , l’anno successivo il primo biplano Caproni capostipite di una gloriosa serie di velivoli.

Il 1909 segnò un anno importante per la nuova specialità dell’aria,l’aereo fu riconosciuto quale fondamentale mezzo operativo,nasceva la Scuola Militare di Aviazione e la costituzione del Battaglione specialisti. Riconosciuta l’importanza operativa della nuova arma,il Parlamento decise di acquistare velivoli,stanziare fondi e fornire speciali indennità per il personale del settore. I tempi sono maturi anche per il primo collaudo del nuovo Corpo,nel 1911 scoppia infatti il conflitto italo-turco per il possesso della Libia,esperienza di grande importanza nella storia dell’aeronautica e non solo italiana poiché costituì il primo caso al mondo d’impiego bellico del cosiddetto” più pesante dell’aria.” A quell’esperienza si devono far risalire missioni quali:ricognizione strategica,primo bombardamento,volo notturno,prima concezione dell’aviazione militare.

Nel 1913 l’industria aerea bellica fa passi da gigante,sono costruiti dieci dirigibili e soprattutto si costituiscono dieci squadriglie con 150 aeroplani. Nel 1915,alla vigilia del nostro intervento in guerra,l’organizzazione aeronautica si rende sempre più  autonoma dall’Arma del Genio fino a quando con R.D. del 7 gennaio di quell’anno( legge nel 1907),si istituisce il Corpo Aeronautico Militare. Nell’agosto del 1914 scoppia la grande guerra e nonostante l’esperienza libica,l’Aeronautica italiana deve affidarsi più all’abile eroica capacità dei suoi piloti che non all’intrinseca organizzazione operativa,ma ciò non frenò certo la presenza dell’Italia sul teatro di guerra. Il 24 maggio del 1915 l’Italia fornisce il suo contributo dal cielo con 15 squadriglie di aeroplani; il mese successivo,la prima azione di guerra vera e propria;cinque velivoli del lll gruppo effettuano con esito favorevole il bombardamento dei cantieri  di Monfalcone.

Le squadriglie dell’aeronautica rappresentano l’elemento dinamico del conflitto che,contrariamente,in terra,fu tutt’altro. Nell’era dello sviluppo industriale e tecnologico,infatti,in anni in cui perfino movimenti culturali ne esaltavano l’avvento,ne professano il culto dell’energia,del movimento,dell’azione,si ebbe per certi versi paradossalmente,una guerra “ statica”,di posizione,dove da padrone non la fecero le tattiche di intervento rapido ma quelle statiche come il trinceramento fatto di fitti reticolati spinati. In sostanza il cosiddetto trinomio”trincea,mitragliatrice,reticolato”,ridusse notevolmente l’impiego di quella specializzazione dell’esercito,cos’ affine per dinamica alle forze dell’aria,la cavalleria,l’arma veloce per eccellenza. All’inizio del conflitto la cavalleria agì solo marginalmente,l’impegno circoscritto di questa spinse qualcuno nei comandi militari sul finire del 1915,a domandarsi quale poteva essere l’impiego dell’arma a cavallo:la decisione fu drastica,l’appiedamento . In pratica dal 1916 la cavalleria,che già si era vista impoverire di molti dei suoi elementi trasferiti in unità mitraglieri della Fanteria,nell’Aviazione,tra i Bombardieri,o in artiglieria,mutò l’equipaggiamento e si trovò appiedata.

In questa sua nuova veste,dopo un breve addestramento,è affianco o in sostituzione della Fanteria nelle trincee,quest’ultimi veri ed indiscussi protagonisti della prima guerra mondiale. Oltre tredicimila cavalieri e ottocento ufficiali,con i distintivi di aviatori,bombardieri,mitraglieri,fanti,arditi,si distinsero per il loro valore in azioni di guerra e ,soprattutto,per essere riusciti a adattarsi rapidamente ad una guerra a loro non congeniale.

Certo,per il temperamento l’Aviazione sembrò loro essere l’arma più affine ed infatti tra i primi aviatori della nostra aeronautica dobbiamo annoverare proprio quei cavalieri che dall’arcione del cavallo passarono alla carlinga dell’aereo.

Essi,tra i vari reparti del Regio Esercito,si rivelarono i più adatti a svolgere le nuove mansioni di aviatori;la cavalleria si caratterizzava d’altronde da sempre,come osservavamo,l’arma dinamica,di movimento ed esplorazione. Nelle vesti di cavalieri aviatori,o del cielo come si è soliti dire,si ricordano le gesta di personaggi famosi,dal più noto Francesco Baracca,a Ruffo di Calabria piuttosto che al poeta vate Gabriele D’annunzio. Alla fama di questi nomi però dobbiamo di diritto associare quella di molti altri cavalieri cui,in una serie di articoli,inaugurati dal presente,la nostra Rivista intende ricordare. Tra questi la bella storia d uno di essi,forse meno nota di quella dei citati,ma  non certo di meno valore,;una storia cui la cronaca e l’affettuoso desiderio di recuperarne la memoria voluta dalla nipote signora Alessandra Povia Valdimiro ne attualizzano e tutelano la memoria.

Il Capitano Filippo Valdimiro,figlio di quelle terre del sud che diedero i natali a tanti validi soldati,nacque il 2 dicembre del 1885 a Parenti (Cosenza),una cittadina oggi di appena 2000 abitanti,ricca di storia e tradizioni come i molti splendidi paesi d’Italia.

Orfano di entrambi i genitori già in giovane età lascia Calabria per recarsi a Modena.Iscrittosi all’Accademia ne uscì quale allievo destinato all’Arma di Cavalleria,tra il 1904-1905 frequentò la Scuola di Cavalleria di Pinerolo dove ebbe occasione di conoscere e frequentare Francesco Baracca,ma anche la sua futura consorte nativa di Scalenghe un paese della provincia torinese. A soli 23 anni,il 4 settembre del 1908,Valdimiro fu nominato sotto tenente del reggimento ‘Cavalleggeri di Vicenza). Fu tra i primi,allorché la cavalleria prese le sembianze di forza dell’aria,a volare sui Caproni,quegli aerei dell’aspetto così fragile e caduco come la vita di chi avrebbe deciso di pilotarli. Nell’agosto del 1912 conseguì a Somma Lombardo (Varese) il brevetto di pilota civile,nel dicembre quello militare.Due anni dopo,nel 1914 presso il camp di Busto Arsizio,fu membro della V squadriglia aeromobile comandata dal capitano Pier Ruggiero Piccio e composta anche da tenente Tacchini. Il 9 aprile del 1914 a 1500 metri di quota portava a compimento in due ore e 45 minuti,il volo Busto Arsizio,Mirafiori,Busto Arsizio senza scalo per oltre 200 Km. Dopo il campo di Busto Arsizio s’impegnò sui cieli di Trioli,Pordenone, e Malpensa esercitandosi ad affrontare quella guerra che ne avrebbe segnato luttuosamente l’esistenza. Scoppiato il primo conflitto mondiale,nel maggio  del 1916,Valdimiro volava già nel cielo delle Alpi per far fronte agli austriaci. Il 26 giugno del 1916 fu nominato Capitano e gli fu assegnato il comando della lV squadriglia in Verona,mentre nel settembre del solito anno compiva il suo ultimo volo quello che gli valse la vita e la medaglia d’argento a valor militare sul campo. In una lettera scritta  da Verona in data 23 settembre 1916,dal maggiore La Palla comandante del 3° gruppo aeroplani del quale faceva parte la V squadriglia del Capitano Valdimiro,se ne ricostruisce le vicende. La lettera è indirizzata alla moglie del Capitano la Signora Concetta Pezzana,il cui dramma di giovane vedova rimasta sola,con una bimba di sei anni a carico e un futuro fatto di sofferenze e difficoltà economiche,fu esso stesso un tributo  all’Italia.La tragedia della donna,comune alle vedove di tutte le guerre,in cuor suo non sarà mai ripagata da alcun encomio. Certo,in una guerra che sarà vinta il prezzo di ingenti vite,il riconoscimento del supremo sacrificio del marito per la patria,per quel valore oggi desueto,ma che epurato da ogni malsano nazionalismo,è anche identità storica e culturale di un popolo,di una nazione,poteva dare alla giovane vedova almeno il senso di una maggiore accettazione del dramma della morte. Il fatto: La mattina del 17 settembre del 1916 il Capitano Valdimiro partì,insieme con altri  aerei,per il bombardamento di  un’importante località militare nemica nel Trentino. Il suo aeromobile,nel quale vi era anche il secondo pilota sergente Igino Bevilacqua, eil mitragliere Emilio Blesso,si trovò isolato dagli altri aerei.Intento a lanciare ordigni,fu all’improvviso assalito da tre aerei austriaci che lo colpirono danneggiandolo rovinosamente.Il Capitano cercò pertanto di riprendere il controllo dell’apparecchio,ma un’ulteriore mitragliata gli trapassò gravemente il ventre.Eluse ai compagni il suo ferimento e prossimo alle nostre linee,,e solo quando le forze vennero inevitabilmente meno,cedette il comando al secondo pilota. Atterrati,gli altri due componenti dell’equipaggio lo adagiarono dietro un muretto per ripararlo dal fuoco nemico,ma le condizioni erano gravissime,trasferito all’ospedale  di Avio spirò dopo alcuni  giorni. L’eroica abnegazione fu promossa dal comandante del Corpo d’Armata con la  M.A.V.M. proclamata con D.L. del 16 novembre 1916,con la motivazione indicata nel riquadro:Pilota aviatore,durante un’azione di bombardamento,attaccato da tre apparecchi nemici e ferito gravemente all’addome da proiettili di mitragliatrice,con ammirevole sangue freddo ed alto sentimento del dovere,rimaneva al governo dell’apparecchio,che riusciva a ricondurre nelle proprie linee,sebbene i motori avessero cessato di funzionare e molti organi vitali di essi fossero stati colpiti.Già distintosi in precedenti azioni.Cielo di Matterello,17 settembre 1916.

Questa la vicenda storica ed umana di un eroico capitano di cavalleria insignito di medaglia,ma quasi sconosciuto per altri versi,fin quando, nel 1977 su la Stampa in un articolo a firma di Daria Dezzuto,dal titolo:Sergente confessa dopo 62 anni un’azione di guerra su Trieste il nome del Capitano Valdimiro riemerge dalle trame della storia portando alla luce un inedito racconto della sua vita. Il fatto è quello di un’azione compiuta nel panorama storico della guerra irredentistica nata con l’intento di riguadagnare  al territorio italiano le città di Trieste e Trento,episodio finale di quel lungo processo che porterà all’unità d’ Italia. L’evento fu portato alla ribalta storica dal sergente Moretto Aroldo che fornì il suo personale ricordo quale mitragliere del Caproni comandato dall’allora tenente Valdimiro. Apprendiamo,che fu  un’operazione nata su libera iniziativa di quest’ultimo e dunque taciuta alla gerarchia superiore nel timore di provvedimenti disciplinari,benché, se pur all’oscuro del nome dei componenti,già nell’agosto del 1916 l’azione fu menzionata in un quotidiano milanese. Il fatto avvenne il 1° agosto del 1916,allorquando numerose squadriglie di aerei Caproni fecero incursione sulla base dei sottomarini della città di Fiume.Il comandante della  decima squadriglia,che era di base a Campoformido,nei pressi di Udine, era il Capitano De Riso,anch’egli di cavalleria,e della decima squadriglia faceva parte il Caproni comandato dal pilota maresciallo di finanza Bigliani,nonché il sergente Moretto Aroldo,M.A.V.M.

Di ritorno dall’incursione su Fiume,sorvolando Muggia nei pressi di Trieste,il Caproni fu attaccato da un caccia austriaco che fu prontamente abbattuto dall’aereo italiano.Il Caproni era però ancora carico di tre bombe,sceso dunque a bassa quota sul porto di Trieste,frapponendosi al fuoco delle mitragliatrici antiaeree il tenente Valdimiro ordinò di scaricare questi ultimi ordigni su un monumento che faceva mostra di se sulla piazza. Si trattava di un monumento ligneo,vera onta per la memoria dei nostri Caduti. Eretto sulla piazza del porto di Trieste,e dedicato al “ Marinaio “ fu innalzato affinché i triestini lo schernissero infilzandolo  di chiodi in segno di spregevole disprezzo per l’avversario.

L’azione che portò all’incendio e distruzione del monumento.promossa su ordine di Filippo Valdimiro nacque dal desiderio di difendere dal cielo la memoria dei commilitoni deceduti per la Patria. Il Capitano,prima ancora dunque del supremo sacrificio,per taluni forse solo sfortunata vicissitudine di guerra,diede in modo inequivocabile prova del suo attaccamento alla causa unitaria. La forza evocativa che un’immagine potè dare,come quell’iconica del monumento triestino,fu spezzata da un atto gratuito nato non da un comando superiore,non da un ordine,ma dalla sola semplice ed eroica forza morale di chi,come il nostro cavalleggero seppe anteporre la difesa della memoria dei caduti al rischio della perdita della sua stessa vita in mezzo all’inferno di fuoco delle mitragliatrici antiaeree. E se uscì indenne da questa rischiosa operazione,che non previde un obiettivo militare ma morale,il dramma avverrà circa un mese dopo,a soli 31 anni,a seguito di un altrettanto eroico gesto sul cielo di Matterello come abbiamo avuto modo di ricordare.

L’eredità storica di Filippo Valdimiro è oggi tutelata dalla gentile nipote,la signora Alessandra Povia Valdimiro che ha donato al Museo della Cavalleria i cimeli del nonno,importanti testimonianze oggettuali della sua memoria.Si è  inoltre attivata per far sì che il comune di Scalegne (TO),che già ha dedicato al capitano un cippo nel parco della Rimembranza,possa dedicargli anche una via in suo nome. E’ talmente forte il desiderio di non disperdere il ricordo del nonno che ha perfino intentato un procedimento per far sì che il suo nipotino possa portare il cognome di Valdimiro.

Quella di Filippo Valdimiro cavalleggero di “ Vicenza “ è una bella storia umana,una tra le molte sconosciute vicende di eroici italiani in guerra,questa è la vicenda di un uomo nato in un piccolo paesino e morto come un grande eroico Cavaliere dell’Aria.

     (Tratto da: “   Rivista di Cavalleria”   luglio 2003)                     

                                                                                                                                                  Massimiliano Guetta

 

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SERGENTE CONFESSA DOPO 62 ANNI UN’AZIONE DI GUERRA SU TRIESTE

 

Nel 1916 rientrando da un’incursione aerea su Fiume, abbatté il monumento al Marinaio: ”era un insulto per i nostri caduti”.

Un’azione di guerra, avvenuta nel conflitto mondiale 1915-1916,t aciuta allora per evitare misure disciplinari, in quanto fu intrapresa su iniziativa personale, è stata svelata,dopo 62 anni, da uno dei protagonisti. Il fatto aveva suscitato grande scalpore ed un quotidiano milanese del 2.08.1916,c he era stato informato dalla Svizzera,a veva dato risalto al servizio,ma nessuno era riuscito a sapere i nomi dei componenti dell’equipaggio dell’aereo autore dell’incursione.Ma perché si era data tanta importanza all’impresa ?

Sulla piazza del porto di Trieste era stato eretto un monumento di legno dedicato al “ Marinaio “affinché i Triestini lo infilzassero con chiodi in segno di disprezzo per la guerra irredentistica che voleva la liberazione di Trento e Trieste.

Un aereo Italiano,sfidando il fuoco incrociato della contraerea,era sceso  a bassa quota ed aveva incendiato e distrutto il monumento.

La rivelazione è giunta dall’Argentina,dove a Cordoba vive Aroldo Moretto.79 anni nativo di Pancalieri ed emigrato in Sud America nel 1901, che fu u no degli autori di quell’azione.

L’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria aveva spinto il Moretto,che era sotto leva ad imbarcarsi nel giugno del 1915 sul piroscafo “ Principe Umberto “ per rientrare in Italia a combattere per l’unità della sua patria.

Entrato in aviazione come mitragliere di squadriglia,Aroldo Moretto venne decorato di medaglia d’argento al valore militare dopo il bombardamento di Fiume ed il 19 luglio 1917 fu promosso al grado di sergente per merito di guerra.

Al termine del conflitto aveva al suo attivo più di 90 azioni di combattimento,64 delle quali erano per bombardamenti aerei contro le posizioni nemiche.

Lasciamo alla sua descrizione l’azione di guerra di quel giorno,che venne considerata dal nemico una provocazione e che suscitò lo sdegno degli austriaci e l’ammirazione degli italiani.

“ Il 1° agosto 1916,per ordine del reparto di artiglieria aeronautica-racconta Aroldo Moretto- numerose squadriglie di aerei” Caproni “ attaccarono la base di sottomarini della città di Fiume.

Il comandante della 10 °squadriglia,che era di base a Campoformido,nei pressi di Udine,era il cap .De Riso ed il “ Caproni “ sul  quale ero mitragliere era comandato dal pilota tenente Valdimiro ed aveva come secondo pilota il maresciallo di finanza Bigliani”.

“ Al rientro dell’incursione-continua Moretto – sorvolando Muggia vicino a Trieste,fummo attaccati da un aereo caccia austriaco che abbattemmo in combattimento.Sul nostro aereo avevamo  ancora tre bombe e così decidemmo di distruggere quel monumento di legno che era per noi un insulto ai nostri caduti.Scendiamo a bassa quota sul porto di Trieste- conclude- e passando tra il fuoco delle mitragliatrici antiaeree,scaricammo le bombe sulla piazza e sul famigerato monumento di legno.Al nostro ritorno tacemmo l’azione,ma il fatto venne riportato dai giornali italiani del giorno seguente ed intimamente funno soddisfatti della nostra impresa “.

                                                                                    DARIA DEZZUTTO

 

…alla ricerca delle nostre radici in terra di Calabria.    

di Alessandra Zani     

Chi si aspetta di vedere apparire il paese da lontano si sbaglia: Parenti appare all’improvviso dopo aver superato tante e tante curve sulla strada Statale che da Cosenza arriva alla Sila. Dorsali a non finire di castagni, querce, qualche casa sparsa qua e là e poi,all’improvviso, dopo una curva: il paese.

Perché Parenti era terra di briganti e doveva restare ben nascosto così quando le guardie regie fermavano le donne, madri o fidanzate che fossero, che andavano a portare viveri ai loro uomini:” dove andate ?” “ da li parenti “.

Il paese è piccolo,un grappolo di case di pietra ai piedi della bella Chiesa dedicata alla Madonna del Carmine, ma pieno di sussiego per quei due o tre palazzotti che si distinguono lungo la strada acciottolata: sono i palazzi dei Cardamone, i nobili,i feudatari della zona.

Prima di loro dominava il barone Ricciulli; davanti al portale del suo palazzo una catena dava il diritto di asilo:chiunque la toccasse o riuscisse ad entrare nel palazzo non poteva essere toccato dai gendarmi. Questo privilegio suscitò il malumore degli abitanti della zona che spodestarono il barone.

Dal 700 a tutto l’800 i feudatari di Parenti furono i Cardamone.ricchi possidenti che in seguito ebbero titolo nobiliare con tanto di stemma.

Il loro ricordo è ancora vivissimo a Parenti:tutto era dei Cardamone,terreni,palazzi. A Rogliano ci sono due palazzi affiancati:uno è più alto e sembra sovrastare l’altro;la gente ancora sa,ricorda e racconta: “E’ il palazzo dei Cardamone:uno della famiglia osò chiedere in sposa la figlia dei Morelli ( i nobili di Rogliano ).I  Morelli gliela rifiutarono e allora i Cardamone dissero:”Costruiremo un palazzo accanto al vostro e sarà più alto e bello del vostro “.

A Parenti,all’esterno del piccolo cimitero,c’è la Cappella di famiglia e nel centro del paese c’è la loro chiesa gentilizia.

La gente dice che erano giusti e generosi.rispettati e amati soprattutto da chi stava al loro servizio.

A Rogliano abbiamo incontrato una loro fantesca di 90 anni:ancora i Cardamone le sono riconoscenti perché vengono da Roma ( il ramo cadetto è ora formato da importanti professionisti con sede a Roma dopo essere stati dei Parlamentari del Regno ) e la fanno accompagnare dal loro con  “ una grande macchina blu”.

In un  suo dialetto gutturale e modulato la donna ha ripercorso tutto l’albero genealogico della famiglia con aneddoti ed episodi molto particolari,indicativi di tutta un’epoca ( di una Annamaria che la prima notte di matrimonio scopre che il marito “ non era omo “.

Di qui la vergogna della famiglia che lascia Parenti e si trasferisce a Roma.

 

LE RICERCHE

Il  l Settembre comincio le ricerche delle origini del Nonno,il capitano Filippo Valdimiro, sotto la guida di Don Mario Vizza, il sacerdote che da quando lo incontri capisci subito che è uno che “ sa “.

“Sa “ come muoversi in viaggio, “sa” come comportarsi con le persone,”sa” ora come iniziare le ricerche.

Si muove con sicurezza e ponderatezza,attento ad ogni dettaglio,capace di mettere insieme i tasselli di una storia che a me sembra ancora tanto intricata.

Hai l’impressione che nella sua mente sia già tutto chiaro,si tratti solo di trovare conferma alle sue sicurezze.

Anch’io comincio ad essere presa nel vortice delle supposizioni;Giancarlo è invece scettico e mi fa rabbia. E’, come sempre,un san Tommaso e frena  le mie congetture.

Don Mario mi dà gli antichi manoscritti del 600,700,800 dove sono registrati le nascite e i battesimi. La base della ricerca sta tutta in quel certificato di matrimonio con la nonna Concetta Pezzana,dove il Nonno denuncia le generalità dei genitori: figlio del fu Vincenzo del fu Raffaele e della  fu Rosa Altimari.

I manoscritti sono in latino,con caratteri puntuti,dove il pennino in un inchiostro nerissimo ha graffiato geroglifici difficili da decifrare.

Ma trovo il battesimo di  Philippus  Altimari denunciati il 2Gennaio 1886 da Rosa Altimari e padre incerto.

Trovo l’atto di nascita di Wladimiro Brutus un trovatello abbandonato con il corredino sulle scale della chiesa:un passo avanti è stato fatto,almeno per quanto riguarda i due nomi:non si tratta della stessa persona e la riprova di questo è data da una vecchia  pergamena che troviamo in Comune e che riporta l’elenco dei Caduti di Parenti:

Ufficiali:Capitano-Aviatore Filippo Valdimiro

                                    Soldati:Wladimiro Bruto

Un passo è stato fatto.

Il 2 Settembre andiamo al Comune di Rogliano a cercare l’atto di nascita di Rosa Altimari di Marco. Troviamo la registrazione di una bimba di nome “ Rosa” nata da Marco Altomare e Antonella in località  di Valloncello.

C’è anche un ramo Altimari -nobili- ma è meno probabile.

Nel pomeriggio facciamo visita a “ Ciccio Piro “ nella sua dimora di tutto rispetto,con mobili di un barocco di buon gusto.Non ha dubbi nel far riferimento ai Cardamone. Il pomeriggio è tutto impegnato nella lettura dei manoscritti perché cerco un tale Vincenzo che,se fosse il padre,dovrebbe avere avuto dai  25 ai 35 anni.

Cerco anche un Carlo Cardamone che dovrebbe essere quel misterioso “zio” che lo ha sorretto negli studi e di cui la zia Nina aveva parlato a Iride.

Cerco nell’ultimo manoscritto ed ecco: Vincenzo Cardamone nato il 3 Marzo 1854 da Leopoldo e da  donna  Rafaela.

A questo punto la ricerca si fa febbrile,il cuore batte forte:cerco il fratello,lo “zio”  Carlo Cardamone.

Ed eccolo ! a distanza di 4 anni:

Carolus Maria Cardamone nato il 9 Marzo da Leopoldo e da donna Rafaela.

I fratelli sono trovati!

Mi rimane però ancora il solito,grosso interrogativo:come ha fatto il Nonno Filippo da un paesino della Sila ad arrivare fino alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo ? Ad avere l’idea di intraprendere,a fine  800, una carriera tanto prestigiosa ?

La risposta me la porta un don Mario raggiante e misterioso la sera dei nostri addii:

“Alla fine della cena-mi dice-ci sarà la sorpresa !” Ed eccola: “ A Torino,nel1850 c’era un Cardamone come Grande Ufficiale del Regno” Il cerchio sta per chiudersi,piccolo Filippo che tanto somigli al Nonno.

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LETTERE:

Copia della lettera scritta con macchina da scrivere da Verona il 23 .09.1916 dal Maggiore “LA PALLA  “ alla Signora Pezzana.

 

3° Gruppo Aeroplani                                                        

                                                                                                        Gentilissima Sig.ra Pezzana

                                       Veramente gloriosa e degna del massimo encomio è stata la condotta tenuta dal Capitano Valdimiro,nella sua incursione sul menico. Già prima di averlo ai miei ordini come comandante della  5^ Squadriglia,l’ebbi,altra volta,come pilota nella 10^ Squadriglia Caproni;anche allora,come adesso,ebbi agio di ammirare in lui le più alte doti di soldato e di cittadino,prima fra tutte,profondo e saldo sentimento del dovere.

Tale sentimento,appunto,unito ad un altissimo amore di Patri fanno di lui un elemento tanto prezioso ed utile alla santa causa nostra,che ne ragghiamo il migliore auspicio,la più ferma speranza,ch’egli al più presto possa riuscire vittorioso dalla sua grave ferita e ritornare di nuovo tra noi,al suo posto di combattimento.

Il mattino del 17 corr/.Il Capitano  Valdimiro partì per il bombardamento di una  importante località militare nemica.

Per contingenza di manovra,l’apparecchio da lui pilotato,si trovò staccato dal gruppo di bombardamento e giunse perciò isolato sull’obiettivo su cui iniziava il lancio degli esplosivi di bordo.

Ma mentre,con calma e precisione veramente esemplare,eseguiva il bombardamento,il Capitano Valdimiro si vide attaccato da tre apparecchi nemici,che da brevissima distanza,facevano una prima scarica di mitragliatrice,investendo in pieno l’apparecchio,colpendo i motori,i radiatori,i serbatoi di benzina. Avendo perciò i motori cessato di funzionare,il Capitano Valdimiro,che già aveva ormai ultimato il lancio delle bombe,prese personalmente il governo dell’apparecchio,mentre il resto dell’equipaggio con le armi di bordo rispondeva al fuoco nemico. Nessuna manovra fu più possibile ed il Capitano Valdimiro iniziò il volo planè,cercando di portare l’apparecchio verso le nostre posizioni. A questo punto una seconda scarica di mitragliatrice nemica investiva in pieno l’apparecchio ed il Capitano Valdimiro ebbe il ventre trapassato da parte a parte da un proiettile.

Comprimendo il dolore,questo valoroso Ufficiale restò imperterrito al governo dell’apparecchio,senza rivelare ai compagni dell’equipaggio la sua grave ferita, A 500 metri il Capitano,sentendosi ormai mancare cedette le leve al secondo pilota che manovrando,in modo superiore ad ogni elogio,riuscì a portare l’apparecchio fin presso le nostre prime linee ed adagiato senza gravi inconvenienti sul terreno sottostante. Il luogo dell’atterramento era però esposto a l tiro nemico onde il secondo pilota aiutato dal mitragliere,con alto sentimento del dovere,incuranti del tiro nemico.adagiarono il Capitano al riparo dietro un muretto,ed uno di essi corse a chiedere aiuto;sopraggiunti dopo breve tempo due portaferiti,il Capitano fu potuto trasportare all’Ospedale di Avio,ove trovasi tuttora.Le condizioni del ferito sono ancora gravi,ma data la sua robusta costituzione fisica vi è molta speranza di salvarlo.

A premio di tanto eroismo e perché ancor più fulgido esempio s possa trarre dalla sua valorosissima condotta il Capitano Valdimiro ha ottenuto da  S.E. il Comandante il Corpo d’ Armata “ motu proprio” la medaglia d’argento al valor militare.

(Aggiunto con scrittura a penna)

La presente lettera ha carattere puramente confidenziale,rivolgo perciò viva preghiera alla S.V. perché nessuna indiscrezione avvenga in mano della stampa.

Coi sensi della massima stima e con i più distinti saluti.

                                                                                                                                      Devotissimo

                                                                                                                                      MAGG. LAPALLA

 

 

Per questo materiale avuto ringrazio sentitamente la Proff.ssa Alessandra Povia Zani, nipote del Capitano Filippo Valdimiro medaglia d’ Argento al valore militare.

 

 

Rev.Don Mario,

                            Non trovo le parole per esprimere la mia emozione per le notizie che pian  piano-tassello dopo tassello- sto mettendo insieme grazie al suo aiuto. Mi ha quasi colto di sorpresa e reso felice la disponibilità,l’entusiasmo che ho trovato in lei: è come se Parenti,questo paese così lontano e misterioso quale è sempre stato per me mi  aprisse le porte e mi accogliesse.

E’ una sensazione bellissima ! Certo che invece di fare chiarezza su quelle poche conoscenze che ho- e che credevo  certe- sto piombando in una ridda di interrogativi. A questo punto non posso più fermarmi:quel nome così sconosciuto Brutus  Valdimirus  Altomare è proprio  il nome di mio nonno ? Sembra di sì perché compare nell’atto di  matrimonio con la nonna Concetta Pessana. Ma chi sono gli Altomare ? E chi ha scelto il nome Filippo ? E dopo i primi anni,quali scuole ha frequentato e dove? E’ stato mandato  al collegio a Cosenza ? E’ come è approdato alla Regia Accademia di Modena e poi alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo dove,per essere ammessi,occorreva essere nobile o di censo elevato ? E quanti,quanti interrogativi ancora.

Guardo il mio nipotino Filippo che è uguale al suo bisnonno e mi sento orgogliosa. Le invio un po’ di documentazione,una foto con i cimeli del Nonno,scattata per un articolo che comparirà sulla Rivista della Cavalleria.

La prego di continuare ad interessarsi,specie sugli Altomare e le chiedo una preghiera per la Nonna e la Mamma,per tutto il loro dolore.

Con riconoscenza                                                                                                               ALESSANDRA POVIA ZANI

 

FIRENZE 12.03.2003

Gentilissima Signora,

                                    forse non potrà immaginare l’impressione e l’allegria che ho provato nel ricevere la Sua gentile lettera.Sono molto contento di venire a conoscere,benché sia solo per lettera,la famiglia del caro comandante,tenente Filippo Valdimiro,assieme al quale ho fatto quell’azione sul porto di Trieste la mattina del 1° Agosto 1916.E’ un’emozione grandissima per me,ricordare all’età di 83 anni,tutti quelli che hanno preso parte alla “ beffa “ e in special modo il comandante della squadriglia il suo caro nonno.

                                                                                Lei mi chiede delle informazioni sul tenente Valdimiro ( io continuo a chiamarlo così ); ma veramente io non posso raccontarLe molte cose,perché siamo stati assieme solo due mesi,poi Egli ricevette il grado di capitano ed andò a comandare la 4° squadriglia a Verona,mentre io rimasi nella 10° squadriglia.Quello chele posso dire è che il Tenente Valdimiro era un uomo molto serio e giusto,con un gran cuore,sempre preoccupato per i suoi soldati.cercando di aiutarli a sopportare le difficoltà della vita militare ed a superare i guai della guerra. Nella 10° squadriglia eravamo più di settanta persone,tra ufficiali e soldati, e tutti volevamo  un gran bene al Tenente,e ci dispiacque quando lo trasferirono a Verona.

                                    Cara Signora,Lei deve sentirsi orgogliosa e felice di avere tra i suoi antenati un uomo così buono,così retto e patriota.Le invio una copia della fotografia dove siamo assieme,il Tenente  ed io,sull’aereo Caproni con il quale abbiamo compiuto la “ beffa di Trieste “.Io sono grato a chi ha fatto pubblicare il mio racconto,perché penso che si doveva dare il posto che si merita nella storia dell’aviazione italiana al tenente Valdimiro Filippo,eroe e martire per la redenzione della nostra patria.

                                Sono già molti anni che manco dall’Italia,sin dal 1921,ma se mi decido a fare un viaggio nella cara Patria,avrò molto piacere di salutarLa personalmente.Frattanto mi tengo a Sua disposizione nel caso che possa esserLe di qualche utilità.

                              Con un omaggio al  Patriota mai dimenticato,gradisca i miei cordiali saluti.

                                                                                                                                                                               AROLDO MORETTO

CORDOBA ,16.10.1978

 

Moretto Aroldo

Francesco M.Gallardo S/N

5000Arguello-CORDOBA

Repubblica Argentina