



Parenti
è un piccolo centro agricolo dell’alta Valle del Savuto. Sorge
immerso in una lussureggiante vegetazioni di castagni e di querce,ai piedi del
monte Brutto e alla sinistra del fiume Savuto. Il territorio ha una estensione
di 37,62Kmq ed è posto ad un altitudine di
Le
origini di Parenti,risalgono alla fine del XVll secolo,ai primi del ‘700’
anni in cui lo ritroviamo come stabile appartenente alla bagliva
dei Casali del manco di Cosenza sotto la giurisdizione di Giuseppe Sambiase. Lo stabile
di Parenti,costituito in gran parte da terreni alberati e solo n minima
parte da seminativi,dove sorgevano le case coloniche,mulini e chiese,era di
proprietà di Luigi Ricciulli del Fosso,come
bene burgensatico,vale a dire un bene su cui egli
esercitava la libera e piena proprietà fondiaria che non era soggetta ad
alcun onere pubblico o privato.
Questi il 27 febbraio 1709,fece richiesta al re di Spagna,affinché la
sua proprietà fondiaria privata fosse tramutata da bene burgensatico n feudo con tutti i privilegi annessi ai
feudatari.
Il
barone Luigi morì il 28 settembre 1772 e fu tumulato a Parenti; a lui seguì
nel baronaggio il figlio Gaetano,che ebbe come tutore,essendo in minore
età,lo zio Antonio. Il barone fu l’ultimo dei feudatari di Parenti
n quanto nel 1811 Parenti fu dichiarato Comune della Provincia di
Cosenza,Circondario di Rogliano. Tutto l’abitato di Parenti ed anche i
territori limitrofi furono turbati dai furori briganteschi già a partire
dall’anno 1806.
Il
capobanda Giuseppe Morelli dopo avere commesso molte nefandezze per incendi e
uccisioni di greggi e armenti,si rifugiò sui monti circostanti
l’abitato di Parenti. Con Regio Decreto del 15 gennaio 1928,reso
esecutivo il 1°marzo dello stesso anno,Parenti divenne frazione di Rogliano
e come tale l’allora Podestà di Rogliano,Carlo Iorio,il 19 marzo
del 1929 stante la lontananza e le difficoltà dei mezzi di
comunicazione,istituì nella frazione di Parenti un ufficio distaccato di
stato civile. Qualche anno dopo,esattamente il 29 gennaio 1934,Parenti
ridivenne Comune autonomo cone decreto prefettizione N°735. Vi sono varie tradizioni popolari che tentano di giustificare il toponimo
Parenti,dato a questo paese della fascia presilana.
Una e così tramandata: l'attuale
paese,proprio per la sua posizione geografica di difficile accesso,era
diventato un covo per briganti e malfattori di ogni sorta. I familiari
provvedevano di tanto in tanto,a portare loro delle cibarie,e quando lungi i
sentieri di montagna erano fermati da qualche pattuglia di gendarmi,alla
domanda : 'Dove siete diretti' ? essi rispondevano: ' A trovare li Parienti'. Questa è solo una diceria priva di
ogni fondamento storico e di riscontri,tranne nel fatto che Parenti fu
effettivamente rifugio di briganti,la presenza dei quali però,nei luoghi
di Parenti,si fa risalire alla seconda metà del '700,perciò non
può essere storicamente valida per giustificare il nome del paese.
Un'altra tradizione narra che in questo
territorio si fossero trasferiti da varie zone limitrofe,al servizio di
Luigi Ricciulli,interi nuclei familiari,alcuni dei
quali in stretta parentela tra di loro. Da ciò il villaggio avrebbe
assunto il nome di Parenti. Per chi la sostiene,questa tesi è avvalorata
dal fatto che anche oggi nel paese sono molte le famiglie legate da vincoli di
parentela,e per il fatto che,in tempi non molto lontani,i matrimoni fra consanguinei
erano molto frequenti,quasi usuali.
Questa seconda ipotesi sembrerebbe confermata
dalla definizione che si legge su ogni libro degli atti parrocchiali della
Chiesa Madre del Comune dal 1752 al 1922 (libro degli atti di nascita,dei
matrimoni,dei defunti e delle Cresime),'' Sanctae Mariae de Monte Carmelo terrae Parentorum''. Proprio quel termine Parentorum
sembra affermare la veridicità della seconda ipotesi citata,visto
che trova la sua origine da pareo che significa sottomesso,ubbidiente,docile
schiavo.
Se analizziamo le fonti storiche,riguardanti
la nascita ufficiale del feudo di Parenti,è facile dedurre che il
Barone ,ricco proprietario terriero chiamasse parentes,nel
senso di ubbidienti,sottomessi,quella povera gente che coltivava e custodiva i
terreni della sua masseria. Perciò la spiegazione potrebbe essere molto
più semplice. Che tutti gli abitanti fossero dediti
all'agricoltura che rappresentava la base di tutto il tessuto economico-sociale
da cui dipendeva la sopravvivenza dei cittadini,trova riscontro anche
nello stemma araldico del comune che ancora oggi è rimasto lo
stesso di allora.
Su di esso sono raffigurati su uno sfondo
azzurro,nella parte superiore una quercia,nella parte centrale una fascia a
forma di cuneo,rappresentante una montagna,e nella parte inferiore una mucca
con la coda appuntita e attorcigliata al piede destro.Pertanto
per concludere sull'origine del nome Parenti,siamo più propensi a
credere all'ipotesi che esso sia la traduzione del termine parentes
con il significato di sudditi.
MALVINA
GAROFANO

BRIGANTAGGIO
A PARENTI
Uno studio approfondito sul brigantaggio mette in luce il
fatto che il fenomeno,nato come rivolta sociale verso la fine del 700', ben
presto degenerò in volgare delinquenza ed i briganti in nome di
fantasiose rivolte socio-politiche giustificarono i loro misfatti,le loro
crudeltà,le loro barbarie,i loro capricci ed arbitrii. E 'doveroso
ricordare che spesso,come negli episodi che andiamo per raccontare,i briganti
agivano in Parenti per tentare di derubare i ricchi proprietari terrieri o per
motivi di odio nei confronti di qualche signorotto del luogo. Vicino al centro
abitato di Parenti si trova una località agreste di nome Poverella,in
questa località viveva una comunità di contadini e d
pastori.
Un giorno furono assaliti da una banda di briganti
intenzionati a rubare loro tutto il bestiame che possedevano. Nello scontro a
fuoco i pastori ebbero la meglio ed i briganti furono costretti a riparare in
fuga. Ma alcuni giorni dopo,nottetempo,fecero irruzione nella comunità e
sgozzarono tutti gli uomini,che colti di sorpresa nel sonno,non ebbero il tempo
di opporre la pur minima resistenza. Il disgustoso dell'episodio fu che essi
obbligarono le mogli dei pastori a tenere sotto la gola dei mariti delle
ciotole di legno che venivano usate come tazze per bere il latte fresco appena
munto,in cui si raccolse il sangue dei trucidati. Dopo l'eccidio usarono
violenza alle donne e imbrattarono di sangue le mura di quelle squallide case
coloniche come perenne ricordo del loro barbarico gesto,che ricordasse,con
terrore ed orrore,a tutti la loro ferocia ed imponesse ad ognuno una
completa sottomissione ai loro voleri. Ancora oggi il fatto viene raccontato
dalla popolazione del luogo con raccapriccio e con una punta di velato timore.
Questa è una tradizione che,ci si potrebbe dire,non ha alcun valore storico
e non dimostra assolutamente che il brigantaggio,in quel periodo, fosse
esplosione di violenza e non guerra sociale.
E' vero ed è per questo che trascriviamo un
documento storico riguardante il Parafante. Parafante < nello stesso
anno (1791) del mese di ottobre assaltò colla sua compagnia
la comune dei Parenti,e propriamente alla casa di Filippo Cardamone,acciò
ci potesse cadere acconcio di uccidere Giuseppe Cardamone
figlio di Filippo,perchè costui era capitano
civico,e cercava la sua distruzione,pur nondimeno si fece resistenza
all'interno del paese,pose però Parafante fuoco al palazzo di Cardamone,ed in quello conflitto restò ferito il
signor Pietro Cardamone zio del capitano nell'occhio
sinistro,di cui oggi ne è privo. Essendo la sua compagnia numerosa ebbe
l'intento di entrare nel paese,per cui entrati dentro,fecero un saccheggio lo
più minuto che mai. Parafante domandò poi una somma di ducati
settecento,a cui non si volle aderire. E da ciò ne derivò
dichiarata inimicizia tra questa famiglia di Cardamone,con
detto Parafante;con lui vi era unito il nominato Niurello,e
sempre facevano dei furti in ogni ceto di persona che incontravano.
Parafante poi si portò nella Sila nel mese di settembre corrente
anno nel luogo detto Varco di Piazza nella mandria di Antonio Cardamone ,e Filippo Cardamone
soci,ambedue della comune di Parenti,ed avendo ivi ucciso dodici vitelli,undici
bagagli,nove vacche,e si prese epr comodo dei
briganti suoi compagni giumenti numero quattordici,e pose fuoco a tutti gli
utensili di rame,e di legno,solamente lasciò il tugurio per comodo dei foresi. Dopo di aver fatto questo delitto passò
all'ovile dei stessi soci,ed uccise a colpi di coltelli quattrocento
pecore che erano ivi racchiuse. Parafante fece questi barbari
danni,perchè l'anno passato cerò a
detto Cardamone una somma di denaro,che sommava a
ducati 700, e detta somma li furono denegati. La civica di Carpanzano
era nel mese di agosto alla Sila nel posto di Ppetraravo,comandata
dal capitano civico Gregorio Cristino. Parafante assaltò
il detto posto nottetempo,ma fu respinto,e fugato dalla stessa civica.Egli vedendosi così respinto,si portò
nella mandria di Filippo Cardamone della comune
di Parenti e li uccise undici bagagli,ottanta pecore,e undici vitelli.
Parafante nello stesso mese di giugno prese a Rosario
Fuoco di Parenti, e con varie minacce di toglierli la vita gli estorse ducati
mille,ed a Nicola Greco gli tagliò la lingua nella Sila,nella stessa
epoca,per causa che esso avea detto alla civica di Colosimi,di esserci in quei luoghi,un compagno suo ferito.
Nel fondo detto Carito,sito nella comune di Parenti
di pertinenza della famiglia di Morelli e di Sicilia di Rogliano,tagliò
un grandissimo querceto per motivo che il padrone non aveva voluto mandargli
alcune cose di oro che li avea domandato.
Parafante continuando l'inimicizia colla famiglia Cardamone
si prese per ultimo quattro cavalli,cioè uno era di Filippo Cardamone,un altro di Antonio Cardamone,un
altro di Costantino Cardamone,ed un altro di Filippo Cardamone.
Il 14 marzo dello stesso anno la civica di Carpanzano, e la scelta sotto il comando del capitano
Lacoste del Cetraro,attaccarono a questo assassino
nella Sila nel luogo detto Rupe in territorio dei' Parenti,li uccisero due
compagni,e ne ferirono degli altri. Parafante si salvò la vita per una
folta nebbia,che sopravvenne in tempo dell'attacco,e fu costretto a buttare le
armi,e fuggire a piedi nudi,e senza cappello. Nel mese di ottobre dell'anno
precedente,fece un biglietto al signor Vincenzino
Morelli,domandandogli duemila ducati,questi ricusò,ed avendo avuto
lanegativa,Parafante con tutti i suoi compagni li
tagliò tutti gli alberi fruttiferi,del fondo chiamato Carito >.
E' chiaro a questo punto,che i briganti di questo periodo
altro non erano che comuni delinquenti,che agivano solo per personale
tornaconto. Parenti si trovò al centro di questa delinquenza sia
per la sua posizione geografica,sia per il diritto di immunità, chei Baroni Ricciulli seguitavano
a mantenere nel feudo. Ed anche quando il brigantaggio,sotto la
dominazione francese,iniziò veramente ad essere <guerra sociale
>,a Parenti seguitò ad essere crudeltà.
( da Parenti Scienza e Tradizioni di Carmine Aurilio
)
dal libro Vecchia Calabria di Norman Douglas
L’ultimo vero bandito della Sila fu
Gaetano Ricca. Verso la fine del secolo scorso,a seguito di un banale malinteso
con le autorità, quest’uomo fu costretto a darsi alla macchia per circa
tre anni.Fu posta una taglia sulla sua testa,ma la
popolazione era troppo intimidita dalla sua audacia e dalla sua profonda
conoscenza della zona per osare denunciarlo. Personalmente,preferirei non
credere al numero di carabinieri che,secondo quanto si dice,egli avrebbe ucciso
in quel periodo;senza dubbio,la verità venne a galla nel corso del
processo. Una volta si trovò circondato e,dopo che l’ufficiale
degli inseguitori,che si era riparato dietro un albero,gli ebbe ordinato di arrendersi,Ricca
attese pazientemente che comparisse la punta del piede del suo nemico;poi lo
colpì alla caviglia con la sua ultima pallottola e riuscì a
fuggire: In seguito fu costretto ad arrendersi e venne imprigionato per circa
vent’anni. Scontata la condanna,ritornò in Sila dove,fino a poco
tempo fa,godeva ancora di una robusta vecchiaia nella sua casa di
PARENTI:PARENTI,già famosa negli annali del brigantaggio per
l’impresa del perfido Francatrippa (Giacomo
Pisano ) il quale,fingendo di offrire ospitalità a una compagnia francese,l’attirò
nelle sue grinfie e uccise i tre ufficiali e tutti gli uomini,eccetto sette. Le
memorie di questi uomini potrebbero certo essere interessanti quanto quelle del
sardo Giovanni Tolù,già pubblicate.Se
avessi saputo dell’esistenza di Ricca,non avrei mancato di andare a
salutarlo quando,alcuni anni fa,mi capitò di passare da PARENTI,andando
da Rogliano a S.Giovanni In Fiore ( una lunga marcia
di dodici ore !).Ora è morto.Ma il caso di
Ricca è sporadico e potrebbe essere capitato dovunque e in qualunque epoca.E’ come quello di Musolino:il
catodi un fuorilegge isolato che sfrutta la confusa configurazione geografica
del paese per scopi offensivi e difensivi.Invece il
brigantaggio calabro,nel complesso,ha sempre avuto carattere politico.

CAPITANO
FILIPPO VALDIMIRO
MEDAGLIA D’ARGENTO
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NATO A
PARENTI IL 3 DICEMBRE 1885
MORTO AD
AVIO IL 23 SETTEMBRE 1916
Il Capitano Filippo Valdimiro
dimostrò come l’uomo possa fare da sé, e da sé
conquistare la propria fortuna e la gloria. Poiché il Valdimiro rimase orfano in tenerissima età, prima
dell’uno poi dell’altro genitore, sentendo fino da allora la
mancanza dei più validi, dei più sicuri appoggi concessi dalla
natura al fanciullo in formazione.
Non gli mancò la tutela di uno zio,
che ne sorresse per un po’ di tempo la fanciullezza;ma ben presto anche
questa guida gli venne meno,ben presto egli dovette da solo dirigere la propria
vita. E lo fece, ispirandosi sempre a un principio esclusivo di dovere.
Crescere, fare, bastare a sé, operare il bene della patria.Il
programma più bello dell’esistenza umana. Ed entrò alla
scuola di Modena. E nelle camerate, e nella scuola fu già il primo
giorno esempio agli altri,e poi a sé stesso per non smentirsi mai. Per
tutto il tempo che vi rimase seppe conservare sempre il primo
posto,guadagnandosi l’ammirazione dei superiori,l’amore dei
compagni. Fu nominato Sottotenente il 4 settembre 1908.Naturalmente,la
consapevolezza del proprio valore e della propria responsabilità gli
diede anche la sensazione della sicurezza, e quindi lo sprezzo non temerario,ma
coraggioso del pericolo. E, per quanto fosse ufficiale di cavalleria,non seppe
star pago delle rapide corse,dei cimenti terrestri;ma,appena l’aviazione
domandò piloti,egli sentì il bisogno di montare
sull’aeroplano,e d batter le vie del cielo. Oh ! uno spirito solitario,solitario
perché sempre presente con sé stesso,anche in mezzo alla folla e
alla spensieratezza,ha per luogo suo proprio il cielo..Lo spazio infinito
è fatto apposta per anime così fatte,che librate
nell’alto,sentono più viva la gioia di dipendere soltanto dalla
propria forza fisica,dalla propria prontezza intellettuale;occhio e
polso,vigilanza e risolutezza,ecco i suoi mezzi;mezzi che risiedono
nell’intimo del cervello,e nell’intimo del cuore individuale.
Per questo il Valdimiro,
Tenente dal 4 settembre 1908,Pilota fin dal 21 agosto 1912,e assegnato prima al
Campo di Busto Arsizio,poi a Tripoli,quindi a Pordenone e alla
Malpensa,prendeva parte con gioia contenuta a numerosi voli,addestrandosi
così per la guerra.
Il 28 maggio 1916 egli era già nel
cielo delle Alpi,per operare contro il nemico austriaco. E fece molteplici voli
di esplorazione,compiendo i più numerosi e più importanti sul fronte Tridentino,ma partecipando
anche ad altri voli su altri punti del territorio nemico:per esempio su Fiume.
E i suoi voli furono sempre fruttuosi. Egli sapeva quel che il dovere gli
imponeva di riportare dalle sue incursioni.
L’ultimo suo volo ebbe luogo la mattina
del 17 settembre 1916. Era partito per un bombardamento di una importante
località militare nemica,nel Trentino petroso. Non andava solo;il suo
apparecchio partiva con altri.Ma il destino volle che
egli rimanesse ,con il proprio velivolo,separato dagli altri per una
contingenza particolare di manovra,giungendo isolatamente
sull’obiettivo designatogli.
Erano in tre:Lui,il secondo pilota sergente Igino
Bevilacqua,e il mitragliere Emilio Blesso,soldato,e
tutti compirono animati da un medesimo spirito,il loro dovere.Ma
mentre attendevano a lanciare bombe,i nemici li assalirono,con tre apparecchi.Tre contro uno:bella ed eroica prova !
Ma i motori del velivolo cessarono presto di
funzionare; e il Capitano Valdimiro(era Capitano fin dal 26 giugno) che aveva lasciato il
posto al secondo pilota per attendere al lancio delle bombe,sentì che
quello era il momento di riprendere le leve di comando. L’apparecchio era
anch’esso degno di lui:non
aveva ormai anch’esso che le ali.Solo in
virtù delle ali doveva salvarlo.Bisognava
scendere a volo librato verso le nostre linee. E il Capitano gli fece iniziare
la discesa,mentre i suoi compagni tenevano testa con le armi ai nemici.
Se non che,anche la sua possibilità
fisica doveva essere spezzata.Una bordata avversaria
colpì in pieno l’apparecchio.Tolta prima
la forza al motore,voleva togliere la forza al pilota. Il Capitano Valdimiro ebbe il ventre passato da parte a parte da un
proiettile. Ma se il sangue fuggiva,ma se la resistenza delle membra si
illanguidiva,l’eroe chiamava a sé tutta la forza
dell’anima,quelle ch’era su,di riserva,quella che aveva dominato
dall’alto tutta la sua vita. Comprimendo il dolore,incitando sé
stesso,egli rimase imperterrito al governo dell’apparecchio
confidatogli,senza nemmeno comunicare ai compagni di essere stato ferito.
Qui sta l’eroismo. Non c’è
bisogno di cercare altra grandezza in lui. Che importa se a un certo momento a
poca distanza dalle nostre linee cedette le leve di comando al secondo pilota !
Era tempo,in ogni caso,e bisognava lo facesse;dipendevano da lui altri due
uomini bisognava salvare essi e l’apparecchio alla patria che ha bisogno
d’aiuto,essa sì,non lui. Quando atterrati che furono,lo adagiarono
dietro un muretto per ripararlo dal
tiro avversario che continuava feroce,esso disse: < lasciatemi
solo,mettetevi in salvo voi,che siete incolumi >. ( non doveva saper morire da solo,lui che era
stato solo tutta la vita,nel mondo !) Lo portarono all’ospedale di
Avio,dove spirò,a 31
anni,essendo nato a Parenti(cs) il 1885. E la
sua memoria fu onorata di medaglia d’argento,comprendendosi nella
motivazione di tal premio come degne di sì alta distinzione anche le
azioni precedentemente compiute.Ma sicuramente nel
pensiero di tutti,come suprema fu considerata ed è da considerarsi
quella per cui egli si incielò là,
sopra Matterello,nel Trentino.
MARIO CHINI
CAVALIERE
DEL CIELO

Nell’immaginario
collettivo occidentale l’archetipo del cavaliere ha sembianze
inconfondibili: in sella al suo destriero, armato di tutto punto, muove armi di
difesa, di morte e di forza
morale:giustizia,bontà,coraggio,tenacia,paladino
dell’equità,vendicatore d’ogni sopruso combatte mostri e
uomini malvagi.
D’altronde
il mito del cavaliere medioevale e del suo stesso destriero si legava a quello
greco e romano. Dal più noto Petaso cavallo alato del mito greco,a
Giove,che in un canto dell’Iliade,raggiunge l’Olimpo su un carro trainato
nel cielo da veloci destrieri dall’unghia di bronzo e crini dorati.
Eos
, personificazione dell’aurora,trainato da una quadriglia apre le porte
del cielo ad Elio,il sole,che ogni mattino preceduto dall’aurora percorre
il cielo su un carro di fuoco
trainato da veloci cavalli. Quella del cavallo e del cavaliere è
ancor oggi una visione fantastica,alimentata dai racconti cavallereschi e dal
revival romantico che di questi se ne fece nell’Ottocento; e se nel
Medioevo l’aura mitica del cavaliere si fonde con la narrazione
storica,in età moderna,poco spazio lascia l’immaginazione a chi
voglia storicamente dipanare il mito della realtà storica. Chi ha
frequentazioni con la cavalleria ne identifica importanti tappe storiche nell’epopea
risorgimentale,nei fasti del primo conflitti mondiale allorché si
presentò la forza dei suoi trenta reggimenti,nonché nella sua
eroica,nostalgica e tenace presenza a cavallo durante tutto il secondo
conflitto mondiale,nonostante l’avvento delle nuove tecnologie belliche.
Le
gloriose cariche di jagodnij, Jsbuschenskij, Poloij, segnarono,di fatto,la fine di una secolare
tradizione militare a seguito dell’imposizione tecnologica della nuova
era. Dal ‘cavallo al cavallo motore ’. A quella ‘
dell’uomo-motore’. Le moderne tecnologie sostituirono la forza
della natura con l’ingegno dell’uomo che volle,tra molte conquiste
tecniche d’inizio secolo,coronare,per quello che riguardò la
cavalleria,anche il sogno di cavalcare le nubi,simbolicamente e analogicamente
con il mito del cavallo volante,delle quadrighe sfreccianti nel cielo.Già
dalla fine del secolo prendono il volo i primi aerostati,nel 1894 si ebbe la
prima ascensione libera di un pallone militare di costruzione italiana. Mezzi
questi,ancora troppo limitati per applicazioni di tipo militare la loro
traslazione orizzontale era causale,legata solo alla forza dei venti e non
certo al controllo dell’uomo. Tra il 1909 e il 1910 la tecnologia fa un
piccolo passo avanti,nascono i primi dirigibili militari italiani sotto l’egida
dell’Arma del Genio. Il progresso incalza,dagli Stati Uniti e dalla
Francia deriva la tecnologia dei primi velivoli a motore. Anche la nostra
industria aeronautica dà i primi frutti:nel 1909 fu realizzato il
triplano Aristide Faccioli , l’anno successivo
il primo biplano Caproni capostipite di una gloriosa serie di velivoli.
Il
1909 segnò un anno importante per la nuova specialità
dell’aria,l’aereo fu riconosciuto quale fondamentale mezzo
operativo,nasceva la Scuola Militare di Aviazione e la costituzione del Battaglione
specialisti. Riconosciuta l’importanza operativa della nuova arma,il
Parlamento decise di acquistare velivoli,stanziare fondi e fornire speciali
indennità per il personale del settore. I tempi sono maturi anche per il
primo collaudo del nuovo Corpo,nel 1911 scoppia infatti il conflitto italo-turco per il possesso della Libia,esperienza di
grande importanza nella storia dell’aeronautica e non solo italiana
poiché costituì il primo caso al mondo d’impiego bellico
del cosiddetto” più pesante dell’aria.” A
quell’esperienza si devono far risalire missioni quali:ricognizione
strategica,primo bombardamento,volo notturno,prima concezione
dell’aviazione militare.
Nel
1913 l’industria aerea bellica fa passi da gigante,sono costruiti dieci
dirigibili e soprattutto si costituiscono dieci squadriglie con 150 aeroplani.
Nel 1915,alla vigilia del nostro intervento in guerra,l’organizzazione
aeronautica si rende sempre più
autonoma dall’Arma del Genio fino a quando con R.D. del 7 gennaio
di quell’anno( legge nel 1907),si istituisce il Corpo Aeronautico
Militare. Nell’agosto del 1914 scoppia la grande guerra e nonostante
l’esperienza libica,l’Aeronautica italiana deve affidarsi
più all’abile eroica capacità dei suoi piloti che non
all’intrinseca organizzazione operativa,ma ciò non frenò
certo la presenza dell’Italia sul teatro di guerra. Il 24 maggio del 1915
l’Italia fornisce il suo contributo dal cielo con 15 squadriglie di
aeroplani; il mese successivo,la prima azione di guerra vera e propria;cinque
velivoli del lll gruppo effettuano con esito
favorevole il bombardamento dei cantieri
di Monfalcone.
Le
squadriglie dell’aeronautica rappresentano l’elemento dinamico del
conflitto che,contrariamente,in terra,fu tutt’altro. Nell’era dello
sviluppo industriale e tecnologico,infatti,in anni in cui perfino movimenti
culturali ne esaltavano l’avvento,ne professano il culto
dell’energia,del movimento,dell’azione,si ebbe per certi versi
paradossalmente,una guerra “ statica”,di posizione,dove da padrone
non la fecero le tattiche di intervento rapido ma quelle statiche come il
trinceramento fatto di fitti reticolati spinati. In sostanza il cosiddetto
trinomio”trincea,mitragliatrice,reticolato”,ridusse notevolmente
l’impiego di quella specializzazione dell’esercito,cos’
affine per dinamica alle forze dell’aria,la cavalleria,l’arma
veloce per eccellenza. All’inizio del conflitto la cavalleria agì
solo marginalmente,l’impegno circoscritto di questa spinse qualcuno nei
comandi militari sul finire del 1915,a domandarsi quale poteva essere
l’impiego dell’arma a cavallo:la decisione fu
drastica,l’appiedamento . In pratica dal 1916 la cavalleria,che
già si era vista impoverire di molti dei suoi elementi trasferiti in
unità mitraglieri della Fanteria,nell’Aviazione,tra i
Bombardieri,o in artiglieria,mutò l’equipaggiamento e si
trovò appiedata.
In
questa sua nuova veste,dopo un breve addestramento,è affianco o in
sostituzione della Fanteria nelle trincee,quest’ultimi veri ed indiscussi
protagonisti della prima guerra mondiale. Oltre tredicimila cavalieri e
ottocento ufficiali,con i distintivi di
aviatori,bombardieri,mitraglieri,fanti,arditi,si distinsero per il loro valore
in azioni di guerra e ,soprattutto,per essere riusciti a adattarsi rapidamente
ad una guerra a loro non congeniale.
Certo,per
il temperamento l’Aviazione sembrò loro essere l’arma
più affine ed infatti tra i primi aviatori della nostra aeronautica
dobbiamo annoverare proprio quei cavalieri che dall’arcione del cavallo
passarono alla carlinga dell’aereo.
Essi,tra
i vari reparti del Regio Esercito,si rivelarono i più adatti a svolgere
le nuove mansioni di aviatori;la cavalleria si caratterizzava d’altronde
da sempre,come osservavamo,l’arma dinamica,di movimento ed esplorazione.
Nelle vesti di cavalieri aviatori,o del cielo come si è soliti dire,si
ricordano le gesta di personaggi famosi,dal più noto Francesco Baracca,a
Ruffo di Calabria piuttosto che al poeta vate
Gabriele D’annunzio. Alla fama di questi nomi però dobbiamo di
diritto associare quella di molti altri cavalieri cui,in una serie di
articoli,inaugurati dal presente,la nostra Rivista intende ricordare. Tra
questi la bella storia d uno di essi,forse meno nota di quella dei
citati,ma non certo di meno
valore,;una storia cui la cronaca e l’affettuoso desiderio di recuperarne
la memoria voluta dalla nipote signora Alessandra Povia
Valdimiro ne attualizzano e tutelano la memoria.
Il Capitano Filippo Valdimiro,figlio di
quelle terre del sud che diedero i natali a tanti validi soldati,nacque il 2
dicembre del
Orfano
di entrambi i genitori già in giovane età lascia Calabria per
recarsi a Modena.Iscrittosi all’Accademia ne uscì quale allievo
destinato all’Arma di Cavalleria,tra il 1904-1905 frequentò la
Scuola di Cavalleria di Pinerolo dove ebbe occasione di conoscere e frequentare
Francesco Baracca,ma anche la sua futura consorte nativa di Scalenghe
un paese della provincia torinese. A soli 23 anni,il 4 settembre del 1908,Valdimiro fu nominato sotto tenente del reggimento
‘Cavalleggeri di Vicenza). Fu tra i primi,allorché la cavalleria
prese le sembianze di forza dell’aria,a volare sui Caproni,quegli aerei
dell’aspetto così fragile e caduco come la vita di chi avrebbe
deciso di pilotarli. Nell’agosto del 1912 conseguì a Somma
Lombardo (Varese) il brevetto di pilota civile,nel dicembre quello militare.Due anni dopo,nel 1914 presso il camp di Busto Arsizio,fu membro della V squadriglia
aeromobile comandata dal capitano Pier Ruggiero Piccio
e composta anche da tenente Tacchini. Il 9 aprile del
Questa
la vicenda storica ed umana di un eroico capitano di cavalleria insignito di
medaglia,ma quasi sconosciuto per altri versi,fin quando, nel 1977 su la Stampa
in un articolo a firma di Daria Dezzuto,dal
titolo:Sergente confessa dopo 62 anni un’azione di guerra su Trieste il
nome del Capitano Valdimiro riemerge dalle trame
della storia portando alla luce un inedito racconto della sua vita. Il fatto
è quello di un’azione compiuta nel panorama storico della guerra
irredentistica nata con l’intento di riguadagnare al territorio italiano le città
di Trieste e Trento,episodio finale di quel lungo processo che porterà
all’unità d’ Italia. L’evento fu portato alla ribalta
storica dal sergente Moretto Aroldo che fornì il suo personale ricordo
quale mitragliere del Caproni comandato dall’allora tenente Valdimiro. Apprendiamo,che fu un’operazione nata su libera
iniziativa di quest’ultimo e dunque taciuta alla gerarchia superiore nel
timore di provvedimenti disciplinari,benché, se pur all’oscuro del
nome dei componenti,già nell’agosto del 1916 l’azione fu
menzionata in un quotidiano milanese. Il fatto avvenne il 1° agosto del
1916,allorquando numerose squadriglie di aerei Caproni fecero incursione sulla
base dei sottomarini della città di Fiume.Il
comandante della decima
squadriglia,che era di base a Campoformido,nei pressi
di Udine, era il Capitano De Riso,anch’egli di cavalleria,e della decima
squadriglia faceva parte il Caproni comandato dal pilota maresciallo di finanza
Bigliani,nonché il sergente Moretto Aroldo,M.A.V.M.
Di
ritorno dall’incursione su Fiume,sorvolando Muggia nei pressi di
Trieste,il Caproni fu attaccato da un caccia austriaco che fu prontamente
abbattuto dall’aereo italiano.Il Caproni era
però ancora carico di tre bombe,sceso dunque a bassa quota sul porto di
Trieste,frapponendosi al fuoco delle mitragliatrici antiaeree il tenente Valdimiro ordinò di scaricare questi ultimi ordigni
su un monumento che faceva mostra di se sulla piazza. Si trattava di un
monumento ligneo,vera onta per la memoria dei nostri Caduti. Eretto sulla
piazza del porto di Trieste,e dedicato al “ Marinaio “ fu innalzato
affinché i triestini lo schernissero infilzandolo di chiodi in segno di spregevole
disprezzo per l’avversario.
L’azione
che portò all’incendio e distruzione del monumento.promossa
su ordine di Filippo Valdimiro nacque dal desiderio
di difendere dal cielo la memoria dei commilitoni deceduti per la Patria. Il
Capitano,prima ancora dunque del supremo sacrificio,per taluni forse solo
sfortunata vicissitudine di guerra,diede in modo inequivocabile prova del suo
attaccamento alla causa unitaria. La forza evocativa che un’immagine potè dare,come quell’iconica del monumento
triestino,fu spezzata da un atto gratuito nato non da un comando superiore,non
da un ordine,ma dalla sola semplice ed eroica forza morale di chi,come il
nostro cavalleggero seppe anteporre la difesa della memoria dei caduti al
rischio della perdita della sua stessa vita in mezzo all’inferno di fuoco
delle mitragliatrici antiaeree. E se uscì indenne da questa rischiosa
operazione,che non previde un obiettivo militare ma morale,il dramma
avverrà circa un mese dopo,a soli 31 anni,a seguito di un altrettanto
eroico gesto sul cielo di Matterello come abbiamo avuto modo di ricordare.
L’eredità
storica di Filippo Valdimiro è oggi tutelata
dalla gentile nipote,la signora Alessandra Povia Valdimiro che ha donato al Museo della Cavalleria i cimeli
del nonno,importanti testimonianze oggettuali della sua memoria.Si
è inoltre attivata per far
sì che il comune di Scalegne (TO),che
già ha dedicato al capitano un cippo nel parco della Rimembranza,possa
dedicargli anche una via in suo nome. E’ talmente forte il desiderio di
non disperdere il ricordo del nonno che ha perfino intentato un procedimento
per far sì che il suo nipotino possa portare il cognome di Valdimiro.
Quella di Filippo Valdimiro cavalleggero
di “ Vicenza “ è una bella storia umana,una tra le molte
sconosciute vicende di eroici italiani in guerra,questa è la vicenda di
un uomo nato in un piccolo paesino e morto come un grande eroico Cavaliere
dell’Aria.
(Tratto da:
“ Rivista di
Cavalleria” luglio
2003)
Massimiliano
Guetta

Nel 1916 rientrando da un’incursione
aerea su Fiume, abbatté il monumento al Marinaio: ”era un insulto
per i nostri caduti”.
Un’azione
di guerra, avvenuta nel conflitto mondiale 1915-1916,t aciuta
allora per evitare misure disciplinari, in quanto fu intrapresa su iniziativa
personale, è stata svelata,dopo 62 anni, da uno dei protagonisti. Il
fatto aveva suscitato grande scalpore ed un quotidiano milanese del 2.08.1916,c
he era stato informato dalla Svizzera,a veva dato risalto al servizio,ma nessuno era riuscito a
sapere i nomi dei componenti dell’equipaggio dell’aereo autore
dell’incursione.Ma perché si era data
tanta importanza all’impresa ?
Sulla
piazza del porto di Trieste era stato eretto un monumento di legno dedicato al
“ Marinaio “affinché i Triestini lo infilzassero con chiodi in
segno di disprezzo per la guerra irredentistica che voleva la liberazione di
Trento e Trieste.
Un
aereo Italiano,sfidando il fuoco incrociato della contraerea,era sceso a
bassa quota ed aveva incendiato e distrutto il monumento.
La
rivelazione è giunta dall’Argentina,dove a Cordoba vive Aroldo
Moretto.79 anni nativo di Pancalieri ed emigrato in
Sud America nel 1901, che fu u no degli autori di quell’azione.
L’entrata
in guerra dell’Italia contro l’Austria aveva spinto il Moretto,che
era sotto leva ad imbarcarsi nel giugno del 1915 sul piroscafo “ Principe
Umberto “ per rientrare in Italia a combattere per l’unità
della sua patria.
Entrato
in aviazione come mitragliere di squadriglia,Aroldo Moretto venne decorato di
medaglia d’argento al valore militare dopo il bombardamento di Fiume ed
il 19 luglio 1917 fu promosso al grado di sergente per merito di guerra.
Al
termine del conflitto aveva al suo attivo più di 90 azioni di
combattimento,64 delle quali erano per bombardamenti aerei contro le posizioni nemiche.
Lasciamo
alla sua descrizione l’azione di guerra di quel giorno,che venne
considerata dal nemico una provocazione e che suscitò lo sdegno degli
austriaci e l’ammirazione degli italiani.
“
Il 1° agosto 1916,per ordine del reparto di artiglieria aeronautica-racconta
Aroldo Moretto- numerose squadriglie di aerei” Caproni “
attaccarono la base di sottomarini della città di Fiume.
Il
comandante della 10 °squadriglia,che era di base
a Campoformido,nei pressi di Udine,era il cap .De Riso ed il “ Caproni “ sul quale
ero mitragliere era comandato dal pilota tenente Valdimiro ed aveva come secondo pilota il
maresciallo di finanza Bigliani”.
“
Al rientro dell’incursione-continua Moretto – sorvolando Muggia
vicino a Trieste,fummo attaccati da un aereo caccia austriaco che abbattemmo in
combattimento.Sul nostro aereo avevamo ancora
tre bombe e così decidemmo di distruggere quel monumento di legno che
era per noi un insulto ai nostri caduti.Scendiamo a
bassa quota sul porto di Trieste- conclude- e
passando tra il fuoco delle mitragliatrici antiaeree,scaricammo le bombe sulla
piazza e sul famigerato monumento di legno.Al nostro
ritorno tacemmo l’azione,ma il fatto venne riportato dai giornali
italiani del giorno seguente ed intimamente funno
soddisfatti della nostra impresa “.
DARIA DEZZUTTO
…alla
ricerca delle nostre radici in terra di Calabria.
di Alessandra Zani
Chi
si aspetta di vedere apparire il paese da lontano si sbaglia: Parenti appare
all’improvviso dopo aver superato tante e tante curve sulla strada
Statale che da Cosenza arriva alla Sila. Dorsali a non finire di castagni,
querce, qualche casa sparsa qua e là e poi,all’improvviso, dopo
una curva: il paese.
Perché
Parenti era terra di briganti e doveva restare ben nascosto così quando
le guardie regie fermavano le donne, madri o fidanzate che fossero, che
andavano a portare viveri ai loro uomini:” dove andate ?” “
da li parenti “.
Il
paese è piccolo,un grappolo di case di pietra ai piedi della bella
Chiesa dedicata alla Madonna del Carmine, ma pieno di sussiego per quei due o
tre palazzotti che si distinguono lungo la strada acciottolata: sono i palazzi
dei Cardamone, i nobili,i feudatari della zona.
Prima
di loro dominava il barone Ricciulli; davanti al
portale del suo palazzo una catena dava il diritto di asilo:chiunque la
toccasse o riuscisse ad entrare nel palazzo non poteva essere toccato dai
gendarmi. Questo privilegio suscitò il malumore degli abitanti della
zona che spodestarono il barone.
Dal
Il
loro ricordo è ancora vivissimo a Parenti:tutto era dei Cardamone,terreni,palazzi. A Rogliano ci sono due palazzi
affiancati:uno è più alto e sembra sovrastare l’altro;la
gente ancora sa,ricorda e racconta: “E’ il palazzo dei Cardamone:uno della famiglia osò chiedere in sposa
la figlia dei Morelli ( i nobili di Rogliano ).I Morelli gliela
rifiutarono e allora i Cardamone
dissero:”Costruiremo un palazzo accanto al vostro e sarà
più alto e bello del vostro “.
A
Parenti,all’esterno del piccolo cimitero,c’è la Cappella di
famiglia e nel centro del paese c’è la loro chiesa gentilizia.
La
gente dice che erano giusti e generosi.rispettati e
amati soprattutto da chi stava al loro servizio.
A
Rogliano abbiamo incontrato una loro fantesca di 90 anni:ancora i Cardamone le sono riconoscenti perché vengono da
Roma ( il ramo cadetto è ora formato da importanti professionisti con
sede a Roma dopo essere stati dei Parlamentari del Regno ) e la fanno
accompagnare dal loro con “ una grande macchina blu”.
In
un suo dialetto gutturale e modulato la donna ha ripercorso tutto
l’albero genealogico della famiglia con aneddoti ed episodi molto
particolari,indicativi di tutta un’epoca ( di una Annamaria che la prima
notte di matrimonio scopre che il marito “ non era omo
“.
Di qui la
vergogna della famiglia che lascia Parenti e si trasferisce a Roma.
“Sa “
come muoversi in viaggio, “sa” come comportarsi con le
persone,”sa” ora come iniziare le ricerche.
Si
muove con sicurezza e ponderatezza,attento ad ogni dettaglio,capace di mettere
insieme i tasselli di una storia che a me sembra ancora tanto intricata.
Hai
l’impressione che nella sua mente sia già tutto chiaro,si tratti
solo di trovare conferma alle sue sicurezze.
Anch’io
comincio ad essere presa nel vortice delle supposizioni;Giancarlo è
invece scettico e mi fa rabbia. E’, come sempre,un san Tommaso e
frena le mie congetture.
Don
Mario mi dà gli antichi manoscritti del 600,700,800 dove sono registrati
le nascite e i battesimi. La base della ricerca sta tutta in quel certificato
di matrimonio con la nonna Concetta Pezzana,dove il
Nonno denuncia le generalità dei genitori: figlio del fu Vincenzo del fu
Raffaele e della fu Rosa Altimari.
I
manoscritti sono in latino,con caratteri puntuti,dove il pennino in un
inchiostro nerissimo ha graffiato geroglifici difficili da decifrare.
Ma
trovo il battesimo di Philippus Altimari denunciati il 2Gennaio 1886 da Rosa Altimari e padre incerto.
Trovo
l’atto di nascita di Wladimiro Brutus un trovatello abbandonato con il corredino sulle
scale della chiesa:un passo avanti è stato fatto,almeno per quanto
riguarda i due nomi:non si tratta della stessa persona e la riprova di questo
è data da una vecchia pergamena che troviamo in Comune e che
riporta l’elenco dei Caduti di Parenti:
Soldati:Wladimiro Bruto
Un passo è
stato fatto.
Il
2 Settembre andiamo al Comune di Rogliano a cercare l’atto di nascita di
Rosa Altimari di Marco. Troviamo la registrazione di
una bimba di nome “ Rosa” nata da Marco Altomare
e Antonella in località di Valloncello.
C’è
anche un ramo Altimari -nobili- ma è meno
probabile.
Nel
pomeriggio facciamo visita a “ Ciccio Piro
“ nella sua dimora di tutto rispetto,con mobili di un barocco di buon gusto.Non ha dubbi nel far riferimento ai Cardamone. Il pomeriggio è tutto impegnato nella
lettura dei manoscritti perché cerco un tale Vincenzo che,se fosse il
padre,dovrebbe avere avuto dai 25 ai 35 anni.
Cerco
anche un Carlo Cardamone che dovrebbe essere quel
misterioso “zio” che lo ha sorretto negli studi e di cui la zia
Nina aveva parlato a Iride.
Cerco
nell’ultimo manoscritto ed ecco: Vincenzo Cardamone
nato il 3 Marzo 1854 da Leopoldo e da donna Rafaela.
A
questo punto la ricerca si fa febbrile,il cuore batte forte:cerco il
fratello,lo “zio” Carlo Cardamone.
Ed
eccolo ! a distanza di 4 anni:
Carolus Maria Cardamone nato il 9 Marzo da Leopoldo e da donna Rafaela.
I
fratelli sono trovati!
Mi
rimane però ancora il solito,grosso interrogativo:come ha fatto il Nonno
Filippo da un paesino della Sila ad arrivare fino alla Scuola di Cavalleria di
Pinerolo ? Ad avere l’idea di intraprendere,a fine 800, una
carriera tanto prestigiosa ?
La
risposta me la porta un don Mario raggiante e misterioso la sera dei nostri
addii:
“Alla
fine della cena-mi dice-ci sarà la sorpresa !” Ed eccola: “
A Torino,nel1850 c’era un Cardamone come Grande
Ufficiale del Regno” Il cerchio sta per chiudersi,piccolo Filippo che
tanto somigli al Nonno.

LETTERE:
Copia
della lettera scritta con macchina da scrivere da Verona il 23 .09.1916 dal
Maggiore “LA PALLA “
alla Signora Pezzana.
3°
Gruppo Aeroplani
Gentilissima
Sig.ra Pezzana
Veramente gloriosa e degna del massimo encomio è stata la
condotta tenuta dal Capitano Valdimiro,nella sua
incursione sul menico. Già prima di averlo ai
miei ordini come comandante della
5^ Squadriglia,l’ebbi,altra volta,come pilota nella 10^
Squadriglia Caproni;anche allora,come adesso,ebbi agio di ammirare in lui le più
alte doti di soldato e di cittadino,prima fra tutte,profondo e saldo sentimento
del dovere.
Tale sentimento,appunto,unito ad un altissimo
amore di Patri fanno di lui un elemento tanto prezioso ed utile alla santa
causa nostra,che ne ragghiamo il migliore auspicio,la più ferma
speranza,ch’egli al più presto possa riuscire vittorioso dalla sua
grave ferita e ritornare di nuovo tra noi,al suo posto di combattimento.
Il mattino del 17 corr/.Il
Capitano Valdimiro
partì per il bombardamento di una
importante località militare nemica.
Per contingenza di
manovra,l’apparecchio da lui pilotato,si trovò staccato dal gruppo
di bombardamento e giunse perciò isolato sull’obiettivo su cui
iniziava il lancio degli esplosivi di bordo.
Ma mentre,con calma e precisione veramente
esemplare,eseguiva il bombardamento,il Capitano Valdimiro
si vide attaccato da tre apparecchi nemici,che da brevissima distanza,facevano
una prima scarica di mitragliatrice,investendo in pieno
l’apparecchio,colpendo i motori,i radiatori,i serbatoi di benzina. Avendo
perciò i motori cessato di funzionare,il Capitano Valdimiro,che
già aveva ormai ultimato il lancio delle bombe,prese personalmente il
governo dell’apparecchio,mentre il resto dell’equipaggio con le
armi di bordo rispondeva al fuoco nemico. Nessuna manovra fu più
possibile ed il Capitano Valdimiro iniziò il
volo planè,cercando di portare
l’apparecchio verso le nostre posizioni. A questo punto una seconda
scarica di mitragliatrice nemica investiva in pieno l’apparecchio ed il
Capitano Valdimiro ebbe il ventre trapassato da parte
a parte da un proiettile.
Comprimendo il dolore,questo valoroso
Ufficiale restò imperterrito al governo dell’apparecchio,senza
rivelare ai compagni dell’equipaggio la sua grave ferita, A
A premio di tanto eroismo e perché
ancor più fulgido esempio s possa trarre dalla sua valorosissima
condotta il Capitano Valdimiro ha ottenuto da S.E. il Comandante il Corpo d’
Armata “ motu proprio” la medaglia
d’argento al valor militare.
(Aggiunto con scrittura a penna)
La presente lettera ha carattere puramente
confidenziale,rivolgo perciò viva preghiera alla S.V. perché
nessuna indiscrezione avvenga in mano della stampa.
Coi sensi della massima stima e con i
più distinti saluti.
Devotissimo
MAGG. LAPALLA
Per questo materiale avuto ringrazio
sentitamente la Proff.ssa Alessandra Povia Zani, nipote del Capitano
Filippo Valdimiro medaglia d’ Argento al valore
militare.
Rev.Don Mario,
Non trovo le parole per esprimere la mia emozione per le notizie che
pian piano-tassello dopo tassello-
sto mettendo insieme grazie al suo aiuto. Mi ha quasi colto di sorpresa e reso
felice la disponibilità,l’entusiasmo che ho trovato in lei:
è come se Parenti,questo paese così lontano e misterioso quale
è sempre stato per me mi
aprisse le porte e mi accogliesse.
E’ una sensazione bellissima ! Certo
che invece di fare chiarezza su quelle poche conoscenze che ho- e che
credevo certe- sto piombando in una
ridda di interrogativi. A questo punto non posso più fermarmi:quel nome
così sconosciuto Brutus Valdimirus Altomare
è proprio il nome di mio
nonno ? Sembra di sì perché compare nell’atto di matrimonio con la nonna Concetta Pessana. Ma chi sono gli Altomare
? E chi ha scelto il nome Filippo ? E dopo i primi anni,quali scuole ha
frequentato e dove? E’ stato mandato
al collegio a Cosenza ? E’ come è approdato alla Regia
Accademia di Modena e poi alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo dove,per essere
ammessi,occorreva essere nobile o di censo elevato ? E quanti,quanti
interrogativi ancora.
Guardo il mio nipotino Filippo che è
uguale al suo bisnonno e mi sento orgogliosa. Le invio un po’ di
documentazione,una foto con i cimeli del Nonno,scattata per un articolo che
comparirà sulla Rivista della Cavalleria.
La prego di continuare ad interessarsi,specie
sugli Altomare e le chiedo una preghiera per la Nonna
e la Mamma,per tutto il loro dolore.
Con riconoscenza
ALESSANDRA POVIA ZANI
FIRENZE 12.03.2003
Gentilissima Signora,
forse non potrà immaginare l’impressione e l’allegria che ho
provato nel ricevere la Sua gentile lettera.Sono
molto contento di venire a conoscere,benché sia solo per lettera,la famiglia
del caro comandante,tenente Filippo Valdimiro,assieme
al quale ho fatto quell’azione sul porto di Trieste la mattina del 1°
Agosto 1916.E’ un’emozione grandissima
per me,ricordare all’età di 83 anni,tutti quelli che hanno preso
parte alla “ beffa “ e in special modo il
comandante della squadriglia il suo caro nonno.
Lei mi chiede delle informazioni sul tenente Valdimiro
( io continuo a chiamarlo così ); ma veramente io non posso raccontarLe molte cose,perché siamo stati assieme
solo due mesi,poi Egli ricevette il grado di capitano ed andò a
comandare la 4° squadriglia a Verona,mentre io rimasi nella 10° squadriglia.Quello chele posso dire è che il Tenente
Valdimiro era un uomo molto serio e giusto,con un
gran cuore,sempre preoccupato per i suoi soldati.cercando
di aiutarli a sopportare le difficoltà della vita militare ed a superare
i guai della guerra. Nella 10° squadriglia eravamo più di settanta
persone,tra ufficiali e soldati, e tutti volevamo un gran bene al
Tenente,e ci dispiacque quando lo trasferirono a Verona.
Cara Signora,Lei deve sentirsi orgogliosa e felice di avere tra i suoi antenati
un uomo così buono,così retto e patriota.Le
invio una copia della fotografia dove siamo assieme,il Tenente ed
io,sull’aereo Caproni con il quale abbiamo compiuto la “ beffa di
Trieste “.Io sono grato a chi ha fatto pubblicare il mio
racconto,perché penso che si doveva dare il posto che si merita nella
storia dell’aviazione italiana al tenente Valdimiro
Filippo,eroe e martire per la redenzione della nostra patria.
Sono già molti anni che manco dall’Italia,sin dal 1921,ma se mi
decido a fare un viaggio nella cara Patria,avrò molto piacere di salutarLa personalmente.Frattanto
mi tengo a Sua disposizione nel caso che possa esserLe
di qualche utilità.
Con un omaggio al Patriota mai dimenticato,gradisca i miei cordiali saluti.
AROLDO
MORETTO
CORDOBA
,16.10.1978
Moretto
Aroldo
Francesco
M.Gallardo S/N
5000Arguello-CORDOBA
Repubblica
Argentina