DON CARLO NOE’

 

SACERDOTE CONFINATO A  PARENTI (1917-1919)

 

 

Parenti, paese situato tra le montagne della Sila piccola,è stato paese di confino di Don Carlo Noè,un Sacerdote nato a Dosson di Treviso  nel 1878 e morto ad Asolo il 7 febbraio 1960, lasciando in tutti un ricordo incancellabile fatto di bontà e di fede, di povertà e di dedizione ai suoi fedeli.

La presenza di Don Carlo a Parenti, dal nov.1917 al 15.05.1919 è riscontrabile nei registri della parrocchia e nella memoria  di qualche novantenne come   Ligia Lupia che lo ricorda molto bene come un Sacerdote che sapeva accogliere i bambini e dedicarsi alla cura delle anime.

Nella trascrizione sul registro di un battesimo annotava con tristezza: “Carmine Michele Sgroe di Alfio  nato l’otto maggio alle ore 9,battezzato,in pericolo di morte, dalla levatrice Siriani Maria Teresa fu Antonio, fu portata oggi al santo fonte battesimale e battezzata solennemente ’ sub conditione ’ dal Sac .Carlo Noè Esule della Diocesi di Treviso.

La presenza dell’esule a Parenti è stata  molto edificante come afferma una lettera del Sindaco di allora,Alfonso Cardamone al Vescovo di Treviso.

 

 

 

LETTERA DEL SINDACO DI PARENTI,ALFONSO CARDAMONE AL VESCOVO DI TREVISO, SUL SACERDOTE DON CARLO NOE’ CONFINATO A PARENTI  DAL 1917 AL 15.05.1919

COMUNE DI PARENTI                                   PARENTI 17.05.1924

N°563 DI PROT.

 

 

 

AL VESCOVO DI TREVISO

ANDREA GIACINTO LONGHISI

 

 

 

Perché l’ E.V. abbia conoscenza della relazione che io nel 1919 spedii alla Questura di Treviso sul Sacerdote Don Carlo Noé, qui confinato come sospetto di propaganda disfattista,mi affretto a riassumerla qui  ad evitare che possa restare a carico di detto Sacerdote qualsiasi  ombra che ne offuschi l’alta rettitudine e patriottismo.Poiché la formula adatta a carico del Noé dall’autorità politica che ne dispose il confino,era davvero allarmante,io procedetti ad una attiva sorveglianza attorno al Sacerdote cosicché nulla mi sfuggisse. Senonché bastarono pochi giorni per convincermi che il Noé non era che un perseguitato,ma vittima di orditi infami e di più infame macchinazione.

Lo misi in completa libertà,anzi gli permisi di esercitare fuori del comune il suo ministero. Dovunque egli riscosse la pubblica ammirazione per  la santità della vita,la sicurezza del sentimento cristiano.

Io raramente mi sono incontrato con un pastore d’anime che con maggiore altezza di sentimenti esercitasse la sua ardua missione.

 Dopo tutto in quei  momenti di crisi gravissima della coscienza e con l’accusa che gli pesava sul collo,egli attinse e suscitò cristiana ammirazione.Date le restrizioni a cui si era costretti nella distribuzione dei generi alimentari,egli ricorse spesso a me per supplementi,e di questi,che non gli furono mai negati,egli usò non per sé,ma per i suoi poveri e per i suoi ammalati,ai quali specialmente egli dedicò tutte le sue energie,incurante di pericoli e sfidando seriamente le epidemie.

Questo riassunto,che io dedico alla S.V. è vera genuina  espressione della verità,scrupolosamente osservata e rigorosamente controllata.

Con profondo ossequio.                                                            

                                                                                                        Il Sindaco

                                                                                ALFONSO  CARDAMONE

DON CARLO NOE’

IL RICORDO DI UN PRETE

VERAMENTE SANTO

  

 

 

 

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” Sono queste parole di Gesù che si presentano alla mente di chi si confronta con la figura di don Carlo Noè (1878-1960). E don Carlo, per molti motivi, lo possiamo annoverare fra i piccoli: mai parroco, mai onorificenze, mai ricco, mai amico di potenti, mai titoli accademici. Per un maggior numero di  motivi, tuttavia, lo  possiamo pensare fra chi ha ricevuto nella verità l’annuncio del Vangelo. Un prete di poca importanza, dunque, ma un gigante nell’amicizia con Dio. Don Carlo nacque a Dosson di Casier il 26 ottobre 1878, da una famiglia che conobbe la povertà e l’umiliazione dell’emigrazione, prima in Germania, ma poi anche in Brasile. Carlo, invece, non seguì la famiglia nell’emigrazione, ma rimase nel Seminario di Treviso e venne ordinato sacerdote il 26 luglio del 1903 dal Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, in procinto di partire alla volta di Roma per il conclave da cui sarebbe uscito come Pio X. I primi anni del suo ministero sacerdotale li trascorse a Montebelluna, a Maerne e come Vicario a S.Elena sul Sile, ma  nel 1917, dopo Caporetto, accusato di disfattismo venne arrestato  e ne fu disposto il confino. La destinazione per l’ingiusta condanna era la Calabria, in particolare i paesi di Parenti e Saliano, in provincia di Cosenza. Sennonché in Calabria don Carlo si dimostrò non solo zelante sacerdote, ma anche uomo di profonda carità, spendendosi in assistenza ai poveri e agli ammalati sfidando pure il pericolo del contagio.

Tornato nel 1919, pienamente riabilitato, divenne cappellano a Martellago e, in fine, dal 1924 fu chiamato ad aiutare il Preposto di Asolo e gli venne assegnata fino al 1947 la cura di Pradazzi, il territorio dell’attuale Parrocchia di Villa d’Asolo. Successivamente, dopo un biennio in cui si trovò a Castelfranco Veneto, a fianco di don Ernesto Bordignon, come assistente all’orfanotrofio e all’ospedale cittadino, fu richiamato  nel 1949 a Pradazzi, per la zona di Ca’ Falier, dove risiedette per sei anni, cioè fino a quando gli fu riservato per gli ultimi anni di vita uno spazio presso l’ospedale di Asolo, dove morì il 7 febbraio 1960, circondato dalla stima del personale sanitario, della gente e da una ancor viva fama di santità.

Sia nell’età giovanile, sia in quella della vecchiaia, don Carlo si distingueva per la profondità del rapporto che lo legava a Dio. Trascorreva lunghissimi periodi in preghiera, che protraeva durante la notte. Ma la preghiera era accompagnata da continue penitenze che non volle abbandonare neanche da anziano ricoverato, quando gli vennero trovati sul letto grossi sassi, strumenti di serie penitenze.

Tutti i poveri conoscevano l’indirizzo di don Carlo: di fronte alla canonica c’era sempre uno stuolo di persone che aspettava il ritorno del sacerdote. Del resto tutti lo sapevano: se si voleva donare qualcosa a don Carlo, non si doveva consegnarlo a lui personalmente, perché avrebbe senz’altro trovato un povero a cui darlo prima di far ritorno a casa. Molti ricordano che perfino la pentola della canonica  fu trovata con l’acqua che bolliva, ma senza la carne dentro, perché don Carlo l’aveva già donata a qualche bisognoso. Neppure i suoi capi d’abbigliamento erano al sicuro, visto che per non far mancare qualcosa ai poveri, si privava anche della propria camicia e delle scarpe.

Nei paesi dei dintorni, comunque, tutti conoscevano “il prete di Pradazzi” per il grande carisma delle benedizioni. Innumerevoli e ancora piene di gratitudine sono le testimonianze di chi si è rivolto a don Carlo per importanti oggetti smarriti o rubati che spesso tornavano inspiegabilmente in possesso dei proprietari. Molti gli si rivolgevano per le necessità della vita contadina, ma anche per il benessere fisico e psichico. E questo non solo quando era cappellano a Pradazzi, ma pure da anziano ricoverato. Per tutti, don Carlo aveva un rimedio chiaro: fede e preghiera. E non esitava a dare egli stesso per primo l’esempio fin da giovane sacerdote, quando esortava un caro amico all’impegno e a non meravigliarsi dell’ingratitudine degli uomini: “Intanto semina a larghe mani che poi qualcuno raccoglierà e quando (…)tu sarai messo in disparte non ti scandalizzare resta fermo nel tuo posto e prega”. E così si è comportato pure don Carlo Noè, anzi la sua preghiera di intercessione al Padre sicuramente non è finita, a giudicare dalla venerazione di cui ancora gode la sua figura che da qualche tempo è oggetto di ricerca e di raccolta di testimonianze da parte della Parrocchia di Villa d’Asolo. Ma il suo essere vivo pastore è testimoniato anche dai sempre numerosi fiori che, dopo quarantacinque anni, ancora adornano la sua tomba, segno che la preghiera di don Carlo continua a lode di Dio e per la conversione di chi gli chiede aiuto.

 

Tratto dal settimanale della Diocesi di Treviso:

 “La Vita del popolo”, n°4 del 30-01-2005

 

Paolo Boffo